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L'origine della letteratura latina (o, più in generale, la produzione in lingua latina ) veniva fissata dai romani al 240 AC , anno in cui Livio Andronico fecerappresentare un suo testo scenico, presumibilmente una tragedia , ma prima di tale storica data, restava un periodo di circa quattro secoli.
Se si restringe la letteratura alla produzione artistica scritta, si può accettare una data convenzionale precisa, ma glistessi Romani di età classica erano perfettamente consapevoli che le origini della letteratura non coincidono con quelle delle"forme comunicative" in cui una cultura trova espressione.
Le opere teatrali di Andronico, che i Romani usavano come soglia della cronologia letteraria, sono testi che nascono dallatraduzione di un genere letterario già maturo, la tragedia greca di età classica ed ellenistica.
Questioni indispensabili per la discussione delle origini letterarie sono:
Il materiale documentario è vario:
| Indice |
8 Le forme pre-letterarie: i carmina
19 La commedia dopo Terenzio: lafabula palliata e la fabula togata
32 Augusto: autobiografia e propaganda
36 Fedro: la tradizione della favola
39 La satira sotto il principato: Persio eGiovenale
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Un influsso greco è sempre presente nella storia di Roma . L'Urbe del VI secolo AC è sempre più uncrocevia di traffici, di culture, molto prima che i letterati romani aderiscano consapevolmente a modelli letterari greci, uninflusso greco è presente in molti aspetti della vita romana e anche il più antico verso romano, il saturnio, che i Romaniconsiderano l'unico loro verso autoctono, potrebbe aver subito antichissimi influssi greci.
Rimangono graffiti e iscrizioni, mentre mancano documenti di tipo funerario. Ciò che resta documenta l'esistenza di uncrogiolo di popoli e di lingue, in cui si affermò progressivamente l'uso del latino e dell' alfabeto latino , derivato da un alfabeto greco occidentale usato nella città campana di Cuma e non esente dall’influsso etrusco. Lapresenza di iscrizioni su oggetti di uso di quotidiano e domestico sembra provare che nella Roma arcaica la capacità di scrivereera diffusa anche tra persone di media condizione, certamente la scrittura era più diffusa nei ceti superiori, tra i sacerdoti etra coloro che avevano accesso alle cariche pubbliche.
La nobiltà cominciò molto presto a registrare genealogie, memorie di famiglia e iscrizioni celebrative degli antenati. Inquesta fase non è invece attestata una vera e propria circolazione libraria. I più antichi "libri" di cui si ha notizia sono ilibri Sibillini, testi religiosi, probabilmente scritti in greco, forse portati a Roma ai tempi di Tarquinio il Superbo ( 534 – 510 AC ). Nella Roma medio-repubblicana, ai tempi diLivio Andronico ( 240 AC ), di Nevio ( 222AC ) e di Plauto ( 212 AC ), l'alfabetizzazione era assai diffusa. Parallelamente al sorgere di veri e propri testi letterari, èdocumentata una notevole estensione della capacità di leggere e scrivere. I cittadini impegnati in cariche pubbliche,sacerdotali, o di comando militare usavano tenere documentazioni scritte della propria attività, anche a carattere personale(commentari), ma anche tra il popolo minuto erano diffusi almeno i rudimenti dell'alfabetismo. Inoltre, alla fine del III secolo AC , era ormai pubblicamente riconosciuta una corporazione di scrivani,gli scribae ed i ceti medio-alti della società erano perfettamente alfabetizzati.
Alcune forme di comunicazione presuppongono l’uso della scrittura, ma nella coscienza e nell’intenzione di chi le pratica e dichi le recepisce, non costituiscono letteratura. L'uso del latino come lingua ufficiale della comunità romana nelle leggi, neitrattati, nel formulario religioso, nelle iscrizioni pubbliche e nell'oratoria, favorì lo sviluppo della lingua latina. Neglisviluppi della cultura letteraria è possibile ritrovare una eredità di tali forme pre-letterarie. Il tradizionalismo tipico dellacultura romana d’età repubblicana favorì il perpetuarsi di certe formule di cui resta una traccia anche in autori immersi nellanuova cultura grecizzante, e non solo in Nevio o in Plauto, ma anche nel latino di Catullo e di Virgilio .
L'uso della scrittura fu legato, sin dai tempi più antichi della città-stato Roma, alla necessità di avere preciseregistrazioni ufficiali: di trattati e patti internazionali e di leggi. Tali esigenze contribuirono a modellare la prosa latinadelle origini. Di trattati (foedera) della Roma arcaica restano solo testimonianze indirette, ma nessun frammento.
Enorme fu l'importanza storica, sociale e culturale delle prime leggi di Roma. Rimangono tracce di remotissime legesregiae, risalenti alla fase monarchica dei primi secoli e dominate da un'impostazione rigidamente sacrale. Il diritto piùantico era basato soprattutto su norme consuetudinarie, costituì perciò una forte conquista civile e politica la composizionedelle " Leggidelle XII Tavole ", affidate a dodici tavole dì bronzo esposte nel Foro romano . Soprattutto gli strati più deboli della popolazione trovarono in tali leggiscritte e pubbliche un baluardo contro lo strapotere delle grandi famiglie. Le leggi sarebbero state stilate da un'appositacommissione fra il 451 e il 450 ac , ne resta una versione rimaneggiata, ma checonserva un forte carattere di lingua arcaica. Nelle dodici tavole, probabilmente sono state trascritte, almeno in parte le leggipiù antiche, fino a quel momento tramandate oralmente, a ciò è dovuta la caratteristica prosa ritmata, propria dei testi dellatradizione orale. Secondo Livio le dodici tavole erano la fonte del diritto pubblico e privato, i ragazzini le imparavano amemoria, i dotti continuavano a commentarle e ad analizzarle. Le leggi trovano nelle monumentali assonanze, nelle allitterazioni,nella scansione in cola (parte del periodo costituente una sequenza ritmica) ritmici paralleli e staccati, un sicuro effetto disanzione inappellabile, inoltre, tale prosa ritmata ne rendeva più agevole la memorizzazione in un iniziale contesto ditradizione orale.
Un antichissimo uso della scrittura riguardava i calendari. La comunità romana aveva sviluppato un suo calendario ufficiale,regolato e sancito dalle autorità religiose. I giorni dell'anno erano divisi in fasti e nefasti, a seconda che fosse permesso, ovietato, il disbrigo degli affari pubblici. Garanti pubblici di tale ordinamento erano i pontefici. Ben presto il termine "fasti"cominciò a designare anche le liste dei magistrati nominati anno per anno (fasti consulares; fastipontificales), e anche la registrazione dei trionfi militari riportati dai magistrati in carica (fastitriumphales).
La quantità di informazioni depositate nei fasti si arricchì progressivamente. I magistrati li usavano per registrare i loroatti ufficiali. Avvenimento assai importante fu l’adozione della tabula dealbata: il pontefice massimo usava esporrepubblicamente una "tavola bianca" che riportava oltre ai nomi dei magistrati dell'anno in corso, anche avvenimenti di pubblicarilevanza, come date di trattati, dichiarazioni di guerra, fatti prodigiosi o cataclismi naturali. Tali registrazioni ufficiali,depositandosi anno per anno, presero il nome collettivo di annales e cominciarono a formare una memoria collettiva dello Statoromano. In età graccana ( 131 – 121 AC ) il pontefice Publio Muzio Scevola siincaricò di riunire in volumi gli annales degli ultimi 280 anni: la raccolta prese il nome di Annales Maximi .
Queste scheletriche raccolte di dati, poste in ordine cronologico, assunsero col tempo una importanza rilevante per glistorici che si occupavano dei primi secoli di Roma (come Catone). Tali storici usavano fare riferimento a questa documentazioneper appoggiare l'autorevolezza dei loro resoconti. Gli annales ufficiali dei pontefici contribuirono alla formazione di unastoriografia letteraria peculiarmente romana, scevra di influssi di origine greca, tracce della quale sussistono ancora in TitoLivio o in Tacito. Il filone degli annales, preservò l'intelaiatura cronologica di queste registrazioni, basando sullo schema"anno per anno" la narrazione della storia di Roma.
Il termine commentarii può indicare "appunti", "memorie", "osservazioni", a carattere privato, però, il termine è stato ancheusato da Cesare per indicare le proprie narrazioni della guerra gallica e della guerra contro Pompeo. Il de bello gallico e il de bello civili sono opere diattentissima cura letteraria e di meditata impostazione politica, ma con questa designazione Cesare voleva sottolineare che nonsi trattava di letteratura storiografica, bensì di una rievocazione personale, ossia di memoriali. L'origine di questa accezionerisale ad una pratica dei magistrati di età repubblicana che usavano raccogliere in una sorta di diario i provvedimenti e glieventi principali del periodo di carica.
I commentarii potevano assumere un carattere di documentazione ufficiale, venendo depositati presso i collegi sacerdotali. Glistessi pontefici curavano documentazioni della loro attività nei libri pontificum. Di questa produzione abbiamo però solo notizieindirette. É presumibile che l'uso dei commentarii abbia favorito lo sviluppo di una produzione in prosa, legata all'attualitàpolitica e affine a una vera e propria memorialistica: una tradizione della prosa latina che rimase separata dal grande filone(sempre più soggetto ad elaborazione retorico-letteraria) dell'oratoria giudiziaria e pubblica
Prima della profonda grecizzazione che la cultura romana conobbe nel secolo tra la guerra con Taranto ( 280 - 272 AC ) e l'invasione della Grecia (nel 146 AC tutta la Grecia passa sotto l’amministrazioneromana) lo scrivere era considerato una tecnica, assai utile, ma l’eloquenza era ben più importante, infatti i Romaniconsideravano l'abilità oratoria come una forma di potere e una fonte di successo. Non a caso, il primo nome che compare nellastoria delle lettere latine è quello di un oratore, Appio ClaudioCieco . Sino all'età scipionica, l'oratoria fu considerata dai Romani l'unica attività intellettuale veramente degna di uncittadino di elevata condizione, mentre i primi poeti furono per lungo tempo (sino ad Accio e Lucilio) dei liberti, oppure degliitalici di modesta condizione. La capacità di convincere era base necessaria della carriera politica e i Romani si limitarono inseguito ad affinare, con l'aiuto dei rhetores (professori di eloquenza di formazione greca) le loro attitudini dioratori. A differenza della vera e propria "letteratura", che rientrava negli otia, cioè nel "tempo libero", l'oratoriaera considerata parte indispensabile della vita attiva.
Gli effetti prodotti da certi accorgimenti formali sono importanti anche al di fuori della letteratura. Lo stile delle leggi èvolutamente solenne, energico, monumentale, nelle preghiere e nelle formule rituali, le parole che compongono la frase mirano aconferirle una struttura ordinata e devono favorire specifici comportamenti e l’apprendimento mnemonico per essere ripetute conesattezza (legare fra loro le parole, come fanno il ritmo e la rima, in modo che l'insieme sia memorizzabile).
Nello stesso modo sono redatte formule magiche, ricette mediche, precetti e norme di saggezza, regole della vita agricola.Quanto alla comunicazione politica, l'importanza dei discorsi pubblici e delle iscrizioni celebrative rende necessario l’uso dideterminate forme. Esiste un'ampia base di carattere formale comune a manifestazioni culturali che i Romani tenevano nettamenteseparate. Tale substrato comune è legato al concetto carmen. Il significato più usuale di carmen (da cano, «cantare,suonare») è poesia, tuttavia il poeta Ennio definisce il proprio lavoro con la parola greca "poema" sia per evidenziare lapropria originale predisposizione a poetare alla "greca", sia per sottolineare il suo rifiuto di una tradizione antichissima,nella quale carmen significa ben di più che versi o poesia: nella Roma arcaica carmen è un vocabolo di significato estremamentegenerico e per questo non piace a Ennio. Parlando delle XII Tavole, Cicerone le definisce un carmen, riferendosi a formulemagiche, le XII Tavole le indicano come carmina. Il testo di un antichissimo trattato è per Tito Livio un carmen, la stessa parola si applica a preghiere, giuramenti, profezie, sentenze del tribunale,cantilene infantili. Infatti, un carmen non è tale per il suo contenuto o per il suo uso, bensì per la forma. Nella Roma arcaica,la distinzione tra "poesia" e "prosa" era molto meno netta di quanto sia nella attuale cultura o in quella romana di etàclassica. La prosa romana più antica è marcata da una fortissima stilizzazione, ha una struttura ritmica molto percepibile,caratterizzata da ripetizioni foniche e morfologiche, soprattutto da corrispondenze fra i membri (cola) della frase costruiti inmodo che abbiano uguale lunghezza e uguale composizione sintattica.
Inversamente, la poesia arcaica ha una struttura metrica "debole" in quanto legata a regole non rigide. Quindi versi e prosasembrano avvicinarsi. La tradizione stilistica dei carmina non sparì mai del tutto e distinse lo stile letterario latino anche daquei modelli greci che i latini assiduamente imitarono. E’ un modo di scrivere che non pratica nette distinzioni tra versi eprosa, ma si oppone allo stile casuale e informale della conversazione quotidiana.
Le più antiche forme di carmina pervenute (escluse le iscrizioni funebri) hanno carattere religioso e rituale. I cantireligiosi, dei quali restano tracce, erano strettamente legati all'esecuzione di pubblici riti annuali. Le principalitestimonianze che restano riguardano due importanti carmina rituali, il Saliare e l'Arvale.
Il carmen Saliare era il canto del collegio sacerdotale dei Salii, forse istituito da re Numa Pompilio . Dodici sacerdoti del dio Marte , ogni anno,nel mese di marzo, recavano in processione i dodici scudi sacri. Uno degli scudi era il famoso scudo caduto dal cielo, sacropegno della protezione divina su Roma. I Salii, formulavano i loro carmina avanzando in un ballo rituale scandito in tre tempi(tripudium). Per i Romani di età storica il linguaggio dei Salii era ormai incomprensibile, le tracce che restano sono assaiscarse.
Il Carmen Arvale, o Carmen Fratrum Arvalium. Nel mese di maggio i Fratres Arvales, un collegio di dodici sacerdotilevavano un inno di purificazione dei campi (in latino arva), implorando protezione da Marte e dai Lari (gli antenati, intesi come spiriti "buoni" e propizi dei defunti). Del testo resta una riproduzione piuttostoattendibile, ma di difficile interpretazione. Come il tripudium Saliare, anche il carmen Arvale era scandito su un ritmoternario. Nonostante la lingua assai arcaica, il carme dev’essere opera di un artista, un "vate" non digiuno di letteratura e dicultura greca.
Alcune caratteristiche di questi inni, come le ripetizioni e certe figure retoriche , ebbero duratura influenza sulla letteratura latina profana, mentre la Roma di etàstorica non conobbe una vera e propria letteratura religiosa. D'altra parte, Roma non aveva una vera e propria casta separata disacerdoti e tanto più efficace risultò, quindi, la penetrazione della religione e della mitologia greca, con tutta la sua caricadi creatività letteraria e figurativa.
Un vasto patrimonio relativo ai carmina è perduto; canti di lavoro, canzoni d'amore ninne-nanne etc. Le testimonianze piùconsistenti riguardano una produzione, orale e improvvisata, che aveva caratteri di motteggio e comicità, i Fescenniniversus. Il termine sarebbe una traccia dell’influsso etrusco. I Fescennini avevano forse una funzione apotropaica (diallontanamento del malocchio), durante le feste rurali e, secondo Orazio, avrebbero dato origine ad una tradizione di argutimotteggi. Versi "fescennini" circolavano in numerose occasioni sociali dell'antica Roma: lazzi tipici delle feste nuziali, la"giustizia popolare", ossia una forma di pubblica diffamazione ed i carmina triumphalia, quando, in occasione deltrionfo, i soldati improvvisavano canti in cui alle lodi del vincitore si mescolavano liberamente le beffe. Tale comicitàpopolare ha avuto notevole influsso su alcuni filoni comici della produzione letteraria: la commedia plautina, lo sviluppo dellasatira e dell'epigramma satirico, ma l'impulso maggiore alla formazione del teatro comico venne dal contatto col teatro di linguagreca della Magna Grecia e dalla circolazione di testi letterari, attici edellenistici. Anche l'origine della satira deve essere valutata in questo quadro. Il "comico popolare" italico trovò riflessi piùimmediati nel successo dell'atellana (farsa simile alla commedia dell’arte)
Catone (riportato da Cicerone) e Varrone accennano alla diffusione dei carmina convivalia, poemi epici cantati inoccasione di banchetti, ma anche Catone (nato prima della seconda guerra punica (fine del III secolo AC ) li cita per tradizione indiretta, mancano indizi di una tradizione scritta di tali carmina,gli storici non citano fonti poetiche, inoltre non risultano cantori di mestiere, bardi, aedi, cantastorie ed è improbabile cheuna vera forma letteraria potesse svilupparsi senza la loro opera. Probabilmente, tale poesia era limitata all'ambiente,piuttosto ristretto, delle grandi famiglie, ma, alla fine del III secoloAC , non aveva più alcuna risonanza, infatti, nelle grandi famiglie urbane, tra il III e il II secolo, (tra la guerra controTaranto 282 AC - 275 AC e l'espansione romana verso Oriente 168 AC ) si affermò rapidamente una culturagrecizzante.
Gli ambienti aristocratici furono i primi ad abbandonare alcune tradizioni per assimilare la grande cultura artistica eletteraria dell'ellenismo. All'ombra delle grandi famiglie comparvero figure di letterati di professione, che, da Livio Andronicoin poi, praticarono forme letterarie "colte" e profondamente plasmate dall'influsso greco, ma la funzione celebrativa dellapoesia non scomparve e divenne un mezzo per eternare la gloria degli uomini e delle famiglie illustri. Piuttosto diversa ful'evoluzione di generi popolari, come la farsa, che restò molto più a lungo impregnata di caratteri originalmente "italici",tuttavia, già all'inizio del II secolo AC , Plauto portò al successo, anchetra il popolo minuto, una forma letteraria come la palliata, organizzata sui canoni della "regolare" commedia ateniese.
Le testimonianze più antiche sulla poesia romana comportano l'uso di un particolare verso, chiamato saturnio. Di saturni sonocomposti i due primi testi epici romani: la versione dell' Odissea di Livio Andronico, e il Bellum Poenicum di Nevio e in saturnio sono testi forseancora più antichi, gli elogi funebri ritrovati sui sepolcri di due illustri personaggi appartenenti alla famiglia degliScipioni. I due componimenti più antichi si riferiscono a Lucio Cornelio Scipione , console nel 259 AC , e al padre di questi, suo omonimo, consolenel 298 AC . Sono testi di notevole fatturaletteraria, che rivelano una certa familiarità con la cultura greca e con le tradizioni della poesia funeraria greca. Uno degliepitaffi elogia non solo le virtù militari, ma quelle intellettuali dello scomparso e associa in modo caratteristico bellezzafisica e valore individuale.
La stessa etimologia del termine "saturnio" è prettamente italica, come il dio Saturno , ma tutte leattestazioni parlano di un'epoca già imbevuta di cultura greca. Gli epitaffi degli Scipioni presuppongono un ambiente colto egrecizzante. Lo stesso carmen Arvale, più antico di qualche secolo, non è immune da influssi greci e sembra possibile ritrovarvicadenze saturnie. Andronico e Nevio, non composero esclusivamente in saturni infatti, nella loro produzione teatrale, sidimostrarono perfettamente padroni di una metrica organizzata a norma della poesia scenica greca. Non è quindi possibilecollocare il saturnio in un'età priva di interferenze greche.
L'interpretazione metrica di questo verso è problematica: la sua struttura, incredibilmente fluida, non si lascia ricondurre anessun verso canonico della poesia greca. È persino dubbio che i principi costitutivi del saturnio siano gli stessi della metricaclassica greca e latina, ossia che sia basato sull'alternanza quantitativa, però, il saturnio non può essere posto completamente"fuori" dell'unità culturale greco-latina, ma la sua vistosa irregolarità rispetto alle forme metriche regolari della letteraturagreca finì per decretarne la scomparsa.
La letteratura romana arcaica conobbe subito, fin dai suoi inizi noti, una metrica grecizzante "pura", come l'esametro diEnnio, che fu importato dalla poesia epica greca e forme "impure", riadattate, come gran parte dei versi usati da Plauto e daglialtri comici, che, pur avendo precise contropartite in greco, rispondono tuttavia a una serie di norme del tutto nuove. Unacaratteristica fondamentale della poesia romana arcaica è proprio la convivenza di questi due distinti codici metrici, anche se,logicamente, si affermò la metrica "pura".
L'iniziativa di tradurre in lingua latina e in metro italico (il saturnio) l' Odissea di Omero ebbe una portata storica enorme. Prima dell'opera di Livio Andronico, erano stati tradotti testi giuridici opolitici, ma, nell'antichità, non era mai stata tradotta un'opera letteraria da una lingua straniera.
L'iniziativa di Livio ebbe insieme finalità letterarie e più genericamente culturali, infatti Livio rese disponibile ai Romaniun testo fondamentale della cultura greca, anche se i Romani più colti già leggevano Omero nell'originale. L’Odusia ebbe fortunacome testo scolastico. Andronico stesso era maestro di scuola e con il suo lavoro riuscì insieme a divulgare cultura greca a Romae a far progredire la cultura letteraria in lingua latina, infatti l'Odusia non era solo un testo per le scuole. L'importanza diLivio nella storia letteraria è di aver concepito la traduzione come operazione artistica: costruzione di un testo che stiaaccanto all'originale e sia fruibile come opera autonoma, pur sforzandosi di conservare, attraverso un nuovo mezzo espressivo,non solo i contenuti, ma anche la qualità artistica del modello (operazione simile a quella del Monti per la traduzione dell' Iliade ). I problemi che LivioAndronico affrontò furono enormi. Non avendo una tradizione epica alle spalle, Livio cercò per altre vie di dare solennità eintensità al suo linguaggio letterario. Alcuni termini e forme sono non solo arcaici rispetto ai tempi di Orazio, ma volutamentearcaizzanti rispetto alla lingua in uso ai tempi di Andronico.
Comincia così la tendenza arcaizzante e conservatrice della poesia latina, mentre la lingua letteraria si stacca dallinguaggio quotidiano. Andronico attinge al formulario della tradizione religiosa, per conferire dignità al suo linguaggio erende l'omerica Musa con l'antichissima Camena , divinità italica delle acque, puntando sull'etimologia allora corrente, da Casmena/Carmena da carmen(poesia). Gli scarsi frammenti mostrano una notevolissima volontà di aderenza all'originale e di chiarezza: tradurre significatanto conservare ciò che può essere recepito, quanto modificare ciò che è intraducibile, o per limiti del mezzo linguistico, oper differenza di cultura e mentalità.
La ricerca del pathos, della forza espressiva, e della tensione drammatica è tipica della poesia romana arcaica, rispetto aimodelli greci. La capacità di "drammatizzare" il racconto omerico fa pensare che Andronico fosse anche un abile drammaturgo. Nelcampo teatrale i Romani furono, sin dall'inizio, alquanto liberi nel trasformare i modelli, infatti furono adattatori, nonpropriamente traduttori. Uno dei pochissimi frammenti di cui possiamo controllare l'originale greco, l'Aiace di Sofocle , modello dell' Àiax mastigophorus,contiene una massima amareggiata: "si dà lode al valore: ma la lode si scioglie più rapida del gelo a primavera"; il personaggiosofocleo diceva solo "come veloce svanisce tra i mortali il favore". La ricerca del patetico è una costante in quasi tutta lapoesia latina arcaica, e si apprezza meglio quando è presente il modello greco. I modelli tragici a cui si ispirò Livio Andronicofurono, verosimilmente, i testi attici del V secolo AC , in preferenza Sofocleed Euripide . Per il rapido sviluppoletterario che seguì alla sua opera, Andronico passò molto presto dì moda: non solo Cicerone e Orazio trovano primitiva la suaarte, ma già Ennio sembra polemizzare contro il suo predecessore. La lettura scolastica di Andronico durò probabilmente più dellasua fortuna letteraria.
A differenza di autori successivi come Terenzio, Plauto si preoccupa assai poco di comunicare il nome e l’autore dellacommedia greca alla quale si è ispirato, anche perché, a differenza di Terenzio, il suo teatro non presuppone un pubblicoabbastanza ellenizzato da apprezzare il riferimento a certi famosi modelli. I titoli di Plauto non sono quasi mai trasparentitraduzioni di titoli greci, inoltre, l'uso dei nomi degli schiavi come titolo (Pseudolo, Epidico) ha ben poco a che fare con laconsuetudine greca.
Plauto, pur attingendo soprattutto ai grandi maestri della commedia attica, non ha una marcata preferenza per nessuno di essie ricorre anche ad autori minori. Lo stile di Plauto è vario e polifonico all’interno delle singole opere, ma varia assai poco dacommedia a commedia, e nelle sue opere la coerenza di stile è pronunciata, infatti Plauto non si lascia condizionare troppo dallostile dei suoi molteplici modelli attici, non dipende dallo stile di nessuno di loro in modo dominante e tanto meno ricalca unaad una le sue commedie sui modelli. I tratti costanti e dominanti dello stile plautino hanno ben poco di attico, sono giochi diparole, bisticci, metafore e similitudini, bizzarri paragoni mitologici, enigmi, doppi sensi, neologismi, allusioni scherzosealle istituzioni e al linguaggio militare di Roma.
Le trasformazioni sono meno profonde per quanto riguarda le linee generali dell'intreccio delle singole commedie, aspetto peril quale Plauto aderiva volentieri ai suoi modelli, ma sono significative la ristrutturazione metrica e la cancellazione delladivisione in atti, la completa trasformazione del sistema onomastico. Infatti Plauto non dà quasi mai a un personaggio il nomeche l'originale gli attribuiva e introduce un gran numero di nomi di persona non attestati sulla scena attica, inoltre,pochissimi nomi riappaiono da commedia a commedia, sono nomi greci, ma non gli stessi dei modelli e non i nomi fissi cheportavano le "maschere" della farsa italica. Plauto ha assimilato i singoli modelli attici ed il loro codice formativo:convenzioni, modi di pensare, personaggi tipici, drammaturgia, espressività, ma ha eliminato molte qualità fondamentali deimodelli: coerenza drammatica, sviluppo psicologico, realismo linguistico, motivazione, caratterizzazione, serietà di analisi,senso della sfumatura e del limite.
Dopo la secondaguerra punica ( 219 AC - 201 AC ), alla cultura ed alla letteratura si pose ilproblema del rapporto con il modello culturale greco, la cui importazione fu interpretata dai tradizionalisti come uno deifattori scatenanti della corruzione dei costumi. Si accese la polemica fra i tradizionalisti contrari alla penetrazione dellacultura greca a Roma ed i sostenitori di una oculata accettazione di una cultura assai più antica, complessa e raffinata diquella romana. La progressiva affermazione del dominio romano sulla Grecia, aveva intensificato i contatti fra le due culture,intellettuali greci giunsero a Roma come ambasciatori, come ostaggio o come prigionieri, inoltre i Romani si impadronirono diintere biblioteche greche ( EmilioPaolo trasferì a Roma quella del re di Macedonia Perseo, dopo averlo sconfitto nel 168 AC a Pidna). Per circa cinquant'anni la cultura ela politica furono dominate dalla figura di Catone e dalla sua battaglia in difesa del mos maiorum, contro la penetrazione degli elementi eticamente epoliticamente più pericolosi della cultura greca e contro il modello ellenistico dell'uomo politico "carismatico", che sembravaminare la solidità del ceto aristocratico. In realtà, nonostante la veemenza della polemica, Catone non proponeva ai Romani untotale ripudio della cultura greca, bensì un’attenta selezione, che arginasse le spinte "illuministiche" e "relativistiche" cherischiavano di intaccare la morale tradizionale.
Il filosofo greco Carneade , giunto aRoma nel 155 AC come membro di un'ambasceria,mentre attendeva di essere ricevuto dal Senato romano tenne lezioni sullo scetticismo, ma suscitò i sospetti di catone e delsenato asserendo che la conoscenza certa è impossibile e che non esiste un criterio assoluto di verità, inoltre, insinuò che il"giusto" dominio di Roma, in realtà si basava sulla violenza. L'ambasceria fu immediatamente espulsa. Ennio accolse alcune delle nuove idee e osò proporre al pubblico romano la teoria evemeristica ( Evemero , IV - III secolo AC : gli dei erano in origine esseriumani eccezionali, divenuti leggendari e poi divinizzati), l'Ambracia, celebrazione di Fulvio Nobiliare , suscitò vivacipolemiche, anche gli Annales, pur concordando con l'ideale catoniano nella celebrazione dei rnores antiqui comefondamento dello Stato, lasciavano spazio a elementi ellenistici cedendo all'esaltazione delle grandi personalità. Taleatteggiamento spiega l'allontanamento di Ennio da Catone, e il suo avvicinamento all'ambiente scipionico. Nello stesso periodo leistanze ellenizzanti furono sostenute dal "circolo degli Scipioni", un gruppo di intellettuali formatosi intorno a Publio CornelioScipione l'Emiliano. Tra il 150 AC ed il 130 AC il circolo influenzò in manieradeterminante la letteratura e la cultura contemporanee determinandone il successivo sviluppo.
Il rinnovamento culturale propugnato dagli intellettuali dell'ambiente dell'Emiliano era, comunque, assai equilibrato e quindinon in radicale contrasto con l'ideale catoniano di conservazione degli antichi valori romani. Il "circolo degli Scipioni" nonfu, in realtà, un movimento letterario con un preciso programma culturale, bensì un gruppo di intellettuali accomunatidall’interesse per la cultura greca. (l'Emiliano, conosceva le opere classiche Greche della biblioteca reale di Macedonia,portata a Roma dal padre PaoloEmilio , vincitore a Pidna). Il gruppo scipionico vedeva nell'apertura alla cultura ellenistica un mezzo irrinunciabile disprovincializzazione della classe dirigente romana. Il filosofo Panezio di Rodi ( 185 AC – 109 AC ), appartenenteal circolo degli Scipioni, aderì a tale progetto fornendo un modello di comportamento agli aristocratici romani (sul conveniente)ed elaborando una teoria per giustificare l'imperialismo romano, mentre la storico Polibio , anch'egli legato all'ambiente scipionico,introdusse lo schema della costituzione mista che giustificava il regime aristocratico, mentre l'interpretazione razionalisticadella religione tradizionale romana come strumento di dominio ne riconosceva l'importanza per la stabilità dello stato.
Al circolo scipionico appartenne anche il poeta Lucilio ( 162 AC – 102 Ac ), che fu non solo primo letterato di originearistocratica, ma anche il primo aristocratico a rifiutare l'attività pubblica. Lucilio è legato al gusto aristocratico, mapropone modelli di comportamento innovativi, rifiutando i meccanismi di ascesa sociale e politica fondati su valori "falsi" comeil denaro. A tratti riecheggiando toni e ideali catoniani, ma il Censore, con la sua polemica contro la degenerazione del costumee contro l'abuso privato della ricchezza, si proponeva di salvaguardare i tradizionali principi della politica, mentre Luciliodifende la scelta individualistica dì non farsi coinvolgere in una realtà quotidiana fatta di personaggi spesso ambiziosi,corrotti e volgari. Lucilio cerca una sintesi tra gusto raffinato e morale tradizionale che è indizio dei nuovi tempi.
La lezione di Ennio tragico fu ripresa e sviluppata dai due maggiori tragici del II secolo AC , Pacuvio ed Accio , rispettivamente nel periodo scipionico e nell'età dei Gracchi e di Mario. Letragedie di Pacuvio e di Accio, ebbero risonanza immediata e continuarono ad andare in scena almeno fino all'età augustea, illoro influsso si avverte anche in poeti ben lontani per gusto e tendenza, come Virgilio , Ovidio e in Seneca tragico.
I titoli delle tragedie confermano modelli greci, rielaborati in piena autonomia. Anche per la tragedia era usuale la praticadella contaminatio. La penetrante consapevolezza critico-letteraria manifestata da Terenzio nei suoi prologhi trovò uncorrispettivo nella poetica di questi raffinati tragediografi, però, Pacuvio ed Accio, affrontano temi religiosi, politici,morali e filosofici, utilizzando i miti tragici in modo assai libero, toccando temi e problemi sentiti nella società romanacontemporanea. Ai modelli greci si sovrapponevano ormai i modelli latini, perché la tragedia aveva ormai una tradizione latina evasta diffusione aveva la pretesta, che continuava a trattare in linguaggio tragico temi e vicende romani.
Pacuvio ed Accio vivevano in una società ricca di contrasti e di fermenti ideologici e culturali. In tale contesto i mitidella tragedia attica assunsero nuovi significati ed il tema della tirannide tornò attuale nella Roma repubblicana, turbata daprofondi contrasti di fazioni politiche e dalla crescita dei poteri personali. Nella cultura romana dell'epoca si era ormaicreata una ricca stratificazione, che abbracciava i culti religiosi di Stato, le tradizioni della religione popolare italica, inuovi culti di origine greca ed orientale, la diffusione di nuove forme di pensiero e di morale. La tragedia si prestava amettere in scena contraddizioni ideologiche e dibattiti ideali, mentre il crescente gusto per il patetico e il romanzescocontribuiva al successo popolare.
Le trame delle tragedie, infatti, aderivano al diffuso gusto per il pittoresco e per l'orrido ed indugiavano su episodiromanzeschi. Naufragi, spettri, sogni, follia, inganni, equivoci, tradimenti, fatti soprannaturali, sangue ed ossessionirispondevano adeguatamente alle aspettative del pubblico. Pacuvio ed Accio furono i principali esponenti della linea"anticlassica". Nella tragedia del II secolo AC è crescente il peso della retorica , infatti, l'eloquenza romanaconobbe uno sviluppo senza precedenti. Accio, durante la visita a Pergamo, fu sicuramente influenzato dalla moda retorica delridondante asianesimo (contrapposto al più severo atticismo). Le tragedie, sono intessute di discorsi atti a commuovere econvincere.
A livello stilistico sia Pacuvio, sia Accio furono spesso criticati per il loro latino impuro: costruzioni forzate,neologismi, giochi di parole. Tali impurità dello stile sono frutto di uno sperimentalismo che continua la tradizione enniana.Accio fu ancora più di Ennio un poeta filologo. Molte ricercatezze o stranezze linguistiche hanno causato la conservazione deiframmenti pervenuti. Le innovazioni linguistiche di Pacuvio e di Accio sono passate con successo nella lingua poetica di epocacesariana ed augustea, i due poeti contribuirono allo sviluppo di un linguaggio poetico sempre più ricco e specializzato. Latragedia si innalzò stilisticamente e la pratica di tale genere divenne sempre più "cosa da gentiluomini". Scrivere una tragediadivenne una tipica occupazione privata per signori colti ed eccellenti oratori. Dopo le polemiche di Lucilio , i poeti d’avanguardia abbandonarono il genere tragico. Nell'età di Catullo e delle bucoliche di Virgilio , si preferirono generi poeticimeno roboanti, più intimi e personali. Prima di Ovidio o di Seneca la tragedia romana non trovò più una grande ispirazione e lascena fu accaparrata dalla farsa, dal mimo e dal pantomimo.
L'importanza di eserciti ormai divenuti quasi personali emerse nei conflitti fra mariani e sillani, che seguirono ladisastrosa vicenda della guerra sociale ( 91AC - 89 AC ), innescata dall'ostinataresistenza della classe dirigente alla pressione dei membri più influenti dell'aristocrazia della penisola per partecipare algoverno di Roma. Dopo il duplice bagno di sangue della guerra sociale e dei conflitti civili, Silla assunse la dittatura allafine dell' 82 AC per deporla nel 79 AC , nel frattempo aveva varato un’efficace riformacostituzionale che mirava a eliminare le cause della debolezza dell'aristocrazia e che, in parte, resse fino a Cesare, senzatuttavia eliminare le cause profonde della crisi politica e sociale. In un'epoca segnata da aspri conflitti, l'oratoria ebbe unarigogliosa fioritura. A Cicerone (Brutus) si deve un felice tentativo di delineare l'evoluzione dell'eloquenza romana. Laresistenza ai progetti graccani fu uno dei tratti determinanti dell'azione di Scipione Emiliano e della suacerchia: l'oratoria di Scipione e del suo amico Gaio Lelio (che Cicerone celebra nel De amicitia) non può essere trattata separatamente da quella deiGracchi. All’oratoria dell'Emiliano Cicerone riconosceva una gravitas ("solennità") che contrapponeva allalenitas, lo stile garbatamente pacato di Lelio. L'azione sociale dei Gracchi conferì accenti veramente nuoviall'eloquenza romana. Niente resta dei discorsi di Tiberio , mentre quella di Gaio, èil primo "classico" dell'oratoria romana.
I fratelli avevano ricevuto una solida educazione da ottimi maestri greci nella casa della madre Cornelia, figliadell'Africano Maggiore. Di Gaio, Cicerone ricorda la ubertas, la florida esuberanza dello stile di stampo asiano. Lagenerazione successiva ebbe i più grandi oratori in Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso . Cicerone, che li udì ambedue in gioventù, ne fece i protagonisti del Deoratore, giudicando che con essi l'eloquenza romana avesse raggiunto la maturità. L'oratoria di Antonio faceva appello alleemozioni, mentre quella di Crasso era più varia e sapeva graduare abilmente tonalità ed effetti. Nel 92 Ac Crasso esercitò la censura insieme a Gneo Domizio Enobarbo .I due censori furono concordi nell'emanare un editto che ordinava la chiusura della scuola di retorica aperta in Roma da Plozio Gallo , un cliente di Mario. Lascuola aveva tendenze democratiche, filograccane, non richiedeva dai suoi allievi la conoscenza del greco, né il pagamento dirette elevate ed era pertanto accessibile alla gioventù non abbiente. Con la sua chiusura, i censori ottenevano lo scopo diannientare un centro dal quale sarebbero potuti uscire capi popolari ben versati nell'arte della parola. L'insegnamento dellascuola di Plozio Gallo probabilmente aderiva ai dettami della Rhetorica ad Herennium, un manuale composto da autoreignoto probabilmente negli anni ottanta e attribuito nel medioevo a Cicerone. L'opera mostra tendenze graccane e mariane edinfluenzò il giovane Cicerone, è basata sulla manualistica greca, ma lo schematismo scolastico è assai attenuato dall'inserimentodi copiosi materiali tratti dalla cultura e dall'oratoria romane.
Alla fine del II secolo AC , si delineò, nell'eloquenza romana, lacontrapposizione di gusti e di stile fra asianesimo e atticismo. L'eloquenza "asiana" era nata, forse, a Pergamo in Asia Minore , fra la fine del IV e gli inizi del III secoloAC . Essa ricercava, soprattutto, il pathos e la musicalità, ricorrendo a uno stile fiorito ridondante e ad un'actioistrionicamente affettata. Cicerone distingueva due tipi di asianesimo: il primo usava frasi sofisticate, ricche di metafore egiochi di parole e strutturate secondo artificiosi schemi ritmici. Il secondo era invece caratterizzato dalla sovrabbondanza diparole colorite. Ovviamente i due tipi potevano combinarsi. L'asianesimo romano fu sviluppato soprattutto da Quinto OrtensioOrtalo , che morì nel 50 AC , dopo un'interavita dedicata all'oratoria. Ortensio fu rivale e poi amico di Cicerone, del quale influenzò profondamente lo stile giovanile. Piùtarda è l'affermazione a Roma della corrente atticistica, reazione di un gruppo di giovani che si schierarono contro Cicerone,allora massimo oratore, accusandolo, di asianesimo. Gli "atticisti" erano così soprannominati perché privilegiavano lo stilesemplice e scarno dell'oratore attico Lisia .Ricercavano, nell'eloquenza, l'ideale di un periodare nitido e conciso. Fra gli atticisti, oltre a Marco Bruto , emerse in modo particolare Gaio Licinio Calvo ,che fu per un certo periodo rivale di Cicerone nel foro. La sua eloquenza era impetuosa e vibrante, ma sorvegliatissima. Quintiliano ne esalta l'austera purezza.Calvo evitava accuratamente il pathos grandioso, ciò, secondo il giudizio di Cicerone, era indizio di un eccessivo autocontrollo,e conferiva all'eloquenza un carattere troppo raffinato e poco accessibile. Cicerone attuò una sintesi mirabile per equilibriodelle due tendenze, creando una prosa ineguagliata per espressività, incisività ed eleganza, dopo aver studiato a Rodi , presso il retore Molone (stile rodiense). Nello stesso periodo, l'ecodelle dispute che contrapponevano le scuole filologiche di Alessandria e di Pergamo influenzò gli studi grammaticali latini. La scuola di Pergamo riconosceva la lingua come libera creazione dell'uso (consuetudo), ammettendo le anomalie (irregolaritàrispetto ai modelli costituiti), consuete nel sermo cotidianus. La scuola di Alessandria rappresentava invece una tendenza purista e conservatrice. Appellandosi all'autorità dei classici, voleva una lingua fondatasulla norma (ratio) sulla analogia e sulla regolarità e, quindi, rifiutava i neologismi. Convinto analogista fu Giulio Cesare , autore di un perduto trattato De analògia.
I grandi classici continuarono ad essere rappresentati, letti e imitati, almeno sino all'età di Cicerone. Risultano per tuttoil II secolo AC nomi di autori e titoli di opere, inoltre restano parecchiframmenti di Turpilio , un autore un po'più tardo (morto nel 103 AC ). Di Turpiliopossiamo affermare che continuò, come Plauto e Terenzio, ad imitare Menandro, ma scrisse anche qualche commedia mitologica,sull'esempio dell' Amphitruo di Plauto.
Lo stile è antiquato e arcaizzante, caratteristico del periodo. La palliata (commedia di ambiente greco) cominciò a esseresentita, sempre più, come un genere "all'antica". Nell'età di Cesare e Cicerone, lo stile tradizionale della commedia plautinasuonava arcaico, la metrica dei cantica risultava sempre meno godibile, perché sempre meno comprensibile e la metrica delle partirecitate sembrava assurdamente irregolare. Lo spazio dello spettacolo comico, nel corso del I secolo AC , fu invaso gradatamente da generi alternativi, quali l'atellana ed il mimo. Rispetto alla palliata,retta da rigidissime convenzioni scenico-letterarie e legata a un ambiente grecizzante, questi generi rispondevano all'esigenzadi un maggiore "verismo", di una libera flessibilità strutturale. Esigenze simili si rispecchiano nel successo della commedia"togata" (d’ambiente e costume romano o italico), che si sviluppò nel II secolo AC.
La togata rispondeva al bisogno di una drammaturgia più vicina alle realtà quotidiane e locali, tuttavia, gli autori di togatanon condussero nessuna programmatica "battaglia per il realismo". I pochi frammenti rimasti documentano l’uso di cantica (particantate o declamate con accompagnamento musicale) polimetrici, trascurando l'esperienza terenziana e tornando all'uso di Nevio,Plauto e Cecilio Stazio. Una conseguenza importante nella scelta di ambientazione romana o italica della togata è una certamoderazione dei toni. La libertà fantastica della commedia plautina era legata alla scelta di tenersi "fuori" dalla realtàsociale romana, se non per occasionali battute di spirito, ma un teatro che mettesse in scena direttamente personaggi romanidoveva essere ancora più misurato e prudente. Mentre nella palliata era possibile mettere in scena schiavi più abili eintelligenti dei padroni, nella togata questo non era concesso. Tale smorzatura nei toni comici non contribuì certo al successodi massa della togata.
Nella prima metà del secolo, l'atellana, ossia la farsa popolare, conobbe un ritorno di fortuna, legato però ad un cambiamentodi livello culturale. In seguito alla maturazione di gusto questo tipo di farsa, acquisita l'autonomia di rappresentazione a sé,fu "regolarizzato" e affidato a testi scritti più elaborati e dettagliati dei semplici canovacci o repertori di battute, purmantenendo l'atellana gli aspetti popolareschi e di umorismo triviale, che rispondevano alle esigenze del pubblico, nonnecessariamente solo del pubblico popolare. Nell'età sillana ( 88 AC - 79 AC ) ebbero famaalcuni autori di atellane "letterarie". Delle loro opere restano solo titoli e frammenti di Pomponio , e di Novio . Lucio Pomponio era nativo di Bologna e fiorì nell'89 AC, del suo contemporaneo Novio si sa ancora meno. Pomponio composeanche testi di livello più elevato, come palliate e tragedie. I titoli tramandati conservano chiaramente l'impronta di unrepertorio di maschere, ma presentano, talora, commistioni con titoli tipici della palliata. Sono conosciuti anche titoli alti esolenni o anche greci, che fanno pensare a di parodie della tragedia o del mito.
La palliata era stata in origine influenzata dalla farsa popolare italica e restò il genere comico dominante nella Romarepubblicana. L'atellana sopravvisse anche in età imperiale, ma con uno spazio senz'altro decrescente, il suo stile cominciava aessere sentito come arcaico, in un'epoca che vedeva un rinnovamento sia dello stile letterario sia dei gusti del pubblico. Ilsuccesso del mimo come forma di intrattenimento popolare, dall'età di Cesare in avanti, creò un nuovo polo di interesse, a tuttosvantaggio dei generi comici tradizionali.
Il termine greco "mimo" indica l'imitazione della vita reale, ma tale etichetta copre sia forme di letteratura piuttostosofisticata, non sempre destinata alla recitazione, sia generi di spettacolo più simili all'avanspettacolo e al music-hall, con"numeri" slegati fra loro, non sempre basati su veri e propri testi, con componenti di improvvisazione e largo spazio a musica , danza e a quella che oggi è intesaspecificamente come "arte mimica".
L'imitazione di scene di vita quotidiana si risolveva o in effetti grotteschi di crudo realismo, o in parodie dei generiletterari più elevati e "regolari". Originariamente la rappresentazione di mimi era limitata quasi esclusivamente ai ludiflorales (verso la fine di aprile). In seguito il mimo divenne una forma di spettacolo assai richiesta. La crescente voga diquesti spettacoli nell'età di Cesare si ricollega al diffondersi di un gusto veristico che si distacca dalle tradizioni arcaiche,perciò Plauto ed Ennio sono sentiti come non più attuali. Aspetti veristici sono presenti anche in un letterato raffinato edifficile qual è Catullo.
Veristico è anche il mimo e ciò si avverte nelle sue convenzioni sceniche, che lo caratterizzano opponendosi a quelle in usonella commedia. Gli attori recitavano sempre senza maschera, si ebbe un maggiore realismo, sulla scena comparvero ruoliinterpretati da donne, a differenza che nel teatro di Plauto e Terenzio. I mimi non portavano calzature rialzate, come gli attoridi teatro "serio", li chiamavano perciò planipedes, perché recitavano "raso terra". Non tutti gli "autori" del mimofurono personalità letterarie, infatti, la fortuna del mimo, in età repubblicana e nella prima età imperiale, continuò a basarsisu canovacci schematici, improvvisazioni, canzoni, capriole e anche, con sicuro successo di pubblico, numeri di spogliarellodelle mime. Sembra che le situazioni base fossero delle scenette a sé stanti, con equivoci piccanti, amori boccacceschi, o litigiclamorosi, lo spettacolo aveva spesso un finale brusco e a sorpresa, con un comico incidente conclusivo e un fuggifuggigenerale.
In età imperiale il mimo si distaccò sempre più dalla commedia, evolvendo verso forme di balletto e di recitazione muta: fu il grande successo del pantomimo (recitazione solo gestuale). Le formetradizionali del teatro latino , la tragedia e la commedia erano ormai decadute, infatti, eravenuta meno la capacità di rinnovamento, erano mancati validi autori di teatro, poco a poco si era verificata una dicotomia neigusti del pubblico. L'élite colta pretendeva un'espressione letteraria sempre più elaborata, raffinata e problematica, esigenzesoddisfatte soprattutto dalla letteratura di consumo privato, mentre, la massa urbana, cresciuta a dismisura, aveva subito unprocesso di degradazione culturale, che la rendeva ormai accessibile quasi esclusivamente a forme di spettacolo semplici e,generalmente, piuttosto volgari.
Il teatro popolare latino si era esaurito anche perché per gli uni era troppo schematica la sua "forma del mondo", troppoelementare e poco flessibile di fronte alle complessità delle esperienze e delle ansie contingenti, era invece poco "vera" pergli altri, per coloro cioè che costituivano l'eterogenea realtà del "popolo" romano. Questi ultimi cercavano forme di spettacolocapaci di riprodurre direttamente le più semplici manifestazioni del vivere quotidiano, le tante situazioni ed i piccolipersonaggi condizionati dalla materialità dei bisogni e portatori solo di emozioni facili, primitive e di soddisfazioneimmediata. Una nuova letteratura ci sarebbe stata, per chi cercava poesia di lettura e di recitazione, perché nuovi linguaggisarebbero venuti a interpretare nuovi modelli di sensibilità e avrebbero dato espressione a nuovi ideali e a nuove aspirazionidelle classi colte, ma non ci sarebbe mai più stato un nuovo vero teatro popolare, vivo e vitale, nonostante tutto l'impegnoprogrammatico con cui la cultura ufficiale augustea avrebbe cercato di promuoverne la rinascita.
Nello studio della letteratura latina, l’ultimo periodo della repubblica ha come punti di demarcazione cronologica la morte di Silla ( 78 AC ) e quella di Cesare ( 44 AC ). Sia la dittatura di Silla sia il governo assoluto di Cesarefurono momenti chiave della crisi delle istituzioni repubblicane. Cicerone, figura dominante nella vita culturale e politica delperiodo, cominciò la propria attività pubblica sotto Silla e la protrasse fino a pochi mesi dopo la morte di Cesare. La morteviolenta di Cicerone , nel 43 AC , segna, ancor più di quella di Cesare, la fine di un’epoca.
In letteratura, il periodo 78-44 AC corrisponde allo sviluppo della poesia neoterica, che ha i suoi anticipatori nell'etàsillana, giunge a piena maturazione con Catullo ed il circolo dei poetae novi e perde vitalità nel periodo delle guerrecivili. Tra il 44 ed il 43 AC, debuttò Virgilio e, nel periodo cesariano, rientraanche l'isolata fioritura dell'epicureismo di Lucrezio . Il periodo fucaratterizzato da grandi dibattiti teorici, politici ed ideologici, dalla massima fioritura dell'oratoria giudiziaria e politicae dal formidabile impulso del pensiero filosofico romano, testimoniati dall'opera di Cicerone, dalla crescita dell'antiquaria,della linguistica, della biografia e da varie forme di divulgazione culturale (Varrone, Attico, Nepote). Tra i generi letterarisolo il teatro rimase in ombra, mentre per la storiografia si colloca nella temperie culturale cesariana l'opera di Sallustio che, pur scrivendo negli anni successivi alla morte di Cesare, focalizzò lapropria riflessione storica sul periodo appena concluso, introdotto da Mario e Silla e culminato nell'uccisione di Cesare.
Durante il periodo cesariano–ciceroniano, il pensiero filosofico–politico assunse una notevole importanza. Le riflessionifilosofiche si riferirono sempre più al pensiero greco classico ( Platone , Aristotele , Epicuro , gli Stoici), ma focalizzando l'attenzione sulla sfera politico–sociale. Roma conobbe lo sviluppo di unafilosofia "moderna" che si affiancava al pensiero greco, mediandone la capacità di sintesi e di interpretazione della realtà perrenderla funzionale alle tradizioni, agli interessi ed alle esigenze della società romana.
La cultura romana interpretava e studiava i grandi testi del pensiero greco con immediato riferimento ai bisogni del presente.Si dibatteva il ruolo della religione, soprattutto nella vita dello Stato e nelle scelte politiche, si teorizzava quale fosse lamigliore costituzione, si analizzava in termini etici il comportamento sociale degli uomini e la cultura rivendicava il proprioruolo nella vita pubblica e nella formazione della classe dirigente. L'intensa circolazione di idee e di ideali di stampofilosofico e la forte autonomia degli intellettuali nel quadro della vita sociale connotarono il periodo, mentre non vi fu unaparticolare coerenza tra azione politica e ispirazione ideologica. La poesia di Catullo e di Lucrezio è autonoma rispetto ai modelli greci e, pur intrisa di cultura greca, è frutto di liberaemulazione e aderisce completamente alla vita contemporanea. La dimensione più autentica della poesia di età cesariana fu il"circolo intellettuale", il cenacolo unito da affinità di gusto, di poetica, d'ideologia. L'importante novità della successivaetà augustea fu la grande importanza assunta dalla figura del poeta a scapito di quella dell'intellettuale. Virgilio e Orazio, adifferenza di Catullo e di Lucrezio, furono al centro di un assetto culturale che era anche ideologia e sistema di potere.
Poetae novi o neòteroi, è la sprezzante definizione usata da Cicerone per indicare le tendenze innovatricied il moderno gusto poetico della corrente letteraria che si sviluppò nel Isecolo AC , segnando una svolta decisiva nella storia della letteratura latina. Il fastidio di Cicerone per quelli chechiamava "poeti moderni" si manifesta anche in un'altra sua celebre definizione, mirante a bollare i nuovi protagonisti delpanorama letterario ed il loro irriverente rifiuto della tradizione nazionale, personificata da Ennio, per seguire un idealepoetico d'avanguardia: "cantores Euphorionis", dal nome del poeta Euforione di Calcide ( III secolo AC ), celebre per la ricercata densità e la preziosaerudizione dei suoi versi, assunto ad emblema della poetica alessandrina.
Il rinnovamento del gusto letterario promosso dai poetae novi è un aspetto del generale fenomeno di ellenizzazionedel gusto e dei costumi conseguente alle grandi conquiste del II secolo AC ,che avevano messo a contatto l'arcaica società romana di contadini-soldati con popolazioni abituate a modi di vita assai piùraffinati. In campo letterario, si verificò un progressivo indebolimento delle forme della tradizione (epica e teatro) el'emergere di esigenze nuove.
Tali istanze di rinnovamento avevano trovato espressione soprattutto nella cerchia scipionica. L'élite colta romana, persoddisfare le esigenze di un gusto più raffinato, si volse alla cultura greca donde trasse un nuovo tipo di poesia, concomponimenti brevi e di tono leggero, espressione dei sentimenti personali, che i latini chiamarono nugae, "bagattelle",per indicarne appunto la natura disimpegnata, di semplice intrattenimento.
La comparsa a Roma, negli ultimi anni del II secolo AC , nella cerchiaintellettuale di Quinto Lutazio Càtulo , di talepoesia prelude alla rivoluzione neoterica: essa è infatti frutto dell'otium, ossia dello spazio sottratto agli impegni civili ededicato alla lettura e alla conversazione dotta. La rivendicazione delle esigenze individuali accanto agli obblighi sociali simanifesta nell'interesse per i sentimenti privati e nella ricerca formale (lessico, metrica, impianto compositivo, etc.) e rivelaun gusto educato dal contatto con la cultura e la poesia alessandrina. Nonostante gli elementi di continuità tra la poesianugatoria e quella propriamente neoterica, ben maggiore è la consapevolezza che quest'ultima possiede e assai più netto loscarto che essa introduce rispetto alla tradizione letteraria latina.
L'eleganza, spesso manierata, l'artificioso sperimentalismo praticato sui modelli greci dai letterati della cerchia di LutazioCatulo lasciano il posto a un tipo di poesia che all'otìum e ai suoi piaceri non concede solo uno spazio limitato, come derogaoccasionale a una condotta di vita incentrata ancora sui doveri del civis (Lutazio Catulo scrisse anche di operestoriche), ma li colloca al centro dell'esistenza, ne fa i valori assoluti, le ragioni esclusive, come in Catullo . In un periodo di crisi sociale e politica, la poesianeoterica è sintomatica della crisi dei valori del mos maiorum e della tendenza all’allontanamento programmatico dallavita pubblica, che si concretizza nel ripiegamento sulla sfera del privato ed nell'affermarsi del gusto dell'otium dedicato allelettere ed alla sfera privata.
Il rifiuto della vita impegnata al servizio della comunità, del modello del cittadino-soldato, si riflette nel diffondersidell' epicureismo , che predica larinuncia ai negotia politico-militari per una vita appartata e tranquilla. La convergenza fra i principidell'epicureismo e le tendenze dei poeti neoterici è evidente, ma per gli epicurei, il cui fine è l'atarassia, ossia il piaceresenza turbamenti, l'eros è fonte di angoscia e di dolore, mentre per i neoteroi e, soprattutto per Catullo, l'amore è ilsentimento centrale della vita, ne costituisce il fulcro e la ragione essenziale ed il tema privilegiato della loro poesia.L'affinità di gusto che accomuna i neoteroi, che non compongono, comunque, un circolo o una scuola e non sono, quindi,organicamente collegati in un programma complesso, si traduce anche in contatti, incontri, discussioni e letture comuni, ossia inun'attività critico-filologica.
Callimaco aveva aspramente polemizzato contro la prolissità e aveva propugnato un nuovo stile poetico, ispirato allabrevitas (il componimento di piccole dimensioni) e all'ars (il meticoloso lavoro di cesello), anche Catullo e i neòteroiirridono gli stanchi imitatori di Ennio, i pomposi cultori dell'epica tradizionale, celebrativa delle glorie nazionali, estraneaormai al gusto attuale sia per la trascuratezza formale, sia per i contenuti antiquati. I generi privilegiati dalla poeticacallimachea e adatti all'accurato lavoro di cesello, al labor limae sono brevi, come l'epigramma, o come l'epillio, ilpoema mitologico in miniatura, che danno modo al poeta di far sfoggio della propria preziosa erudizione (si tratta di antichimiti di soggetto erotico, vicini perciò alla sensibilità moderna) e di attuare raffinate strategie compositive (racconti adincastro). I principi ispiratori della poetica di scuola callimachea elaborano un nuovo linguaggio poetico e segnano una svoltadecisiva nella storia del gusto letterario a Roma.
Gli studi di storia e di antiquaria erano incominciati verso la fine del II secolo AC, avvalendosi talvolta delcontributo della filologia latina, che rivolgeva i propri interessi soprattutto alla cultura nazionale. Lo studio delleetimologie era anche ricerca delle origini dei costumi e delle istituzioni. Nell'ultimo secolo della repubblica , gli studi filologico-antiquari prosperarono. La rapidamodificazione dei costumi e la conseguente crisi dei valori portarono al confronto con la tradizione romana e con le istituzionie i costumi delle civiltà straniere, soprattutto di quella greca, e contribuirono allo sviluppo degli studi filologici inoltre,l'emergere di nuovi ceti, talora privi di un'approfondita formazione intellettuale, ma destinati ad assumere responsabilitàpolitiche, incoraggiò la composizione di opere divulgative cui attingere per un rapido orientamento culturale. Nella tardarepubblica la ricerca antiquaria, era dominata dall'ossequio verso il passato nazionale, tanto cospicuo da costituire unimpedimento allo sviluppo di un senso storiografico davvero critico. D'altra parte, il culto per l'antichità non significa undisconoscimento degli apporti stranieri di cui si è nutrita la civiltà romana e la venerazione per i valori tradizionali siintrecciava con un moderato relativismo culturale.
La storia letteraria dell'"età augustea" si riferisce alla produzione letteraria del periodo compreso fra il 43 AC (morte di Cicerone ) ed il 17 DC (morte di Ovidio ). La politica romana è dominata da Gaio Giulio Cesare Ottaviano . L'appellativo Augustus, che dà nome al periodo, fuassunto da Ottaviano nel 27 AC . Fra il 44 ed il 43, muoiono Cesare e Cicerone, figureeminenti della politica e della cultura della tarda repubblica e, dal 42 AC , il giovane Virgilio lavora alle Bucoliche. Da questo momento in poi, i maggiori esponentidella nuova poesia hanno legami con Augusto e la sua cerchia.
La carriera poetica di Virgilio e Orazio giunge sino agli anni del principato e la produzione dell'ultimo Orazio ( 65 AC – 8 AC ), è ormai alle soglie dell'era cristiana. Nel frattempo Ovidio si afferma e il periodo si chiude con la sua morte, avvenuta tre anni dopo quella diAugusto. Nello stesso anno di Ovidio, scompare anche Tito Livio , il principalestorico del periodo augusteo. L'opera di Virgilio e di Orazio accompagna le sorti politiche di Ottaviano Augusto. Fra il 39 ed il38, Orazio e Virgilio sono ormai entrati, tramite l'amicizia con Mecenate , nell'ambiente politico ottavianeo. Il tema dominante delle opere composte tra la morte diCesare ( 44 AC ) e la battaglia di Azio ( 31 AC ) è quello della crisi.Roma è da tempo sconvolta dalle vendette politiche e anche la provincia, un tempo tranquilla, è turbata, le speranze di rinascitasembrano confuse, utopiche, la guerra civile ha sparso desolazione in tutto il Paese colpendo innocue popolazioni di agricoltoriche avevano vissuto a lungo al riparo da qualsiasi mutamento politico. Le cicatrici della tragedia degli anni 43-40 restano alungo nella letteratura augustea, che mira dall'equilibrio e dall'attenuazione dei contrasti, ancora presenti dove è viva lamemoria delle guerre civili. Virgilio inserisce nelle Georgiche, pubblicate dopo il 30 AC , in un clima di pacificazione generale, un forte memento sulle guerre civili, è il finale del primo libro, cheillustra il cataclisma seguito alla morte di Cesare. Virgilio crede nella missione di Ottaviano, ma non vuole che si dimentichiil passato. Gravi ombre pesano anche sull' Eneide , dove la guerra fra Troiani e Latini èrappresentata con i toni dolenti di una guerra civile e incombono sulla prima raccolta delle Odi di Orazio, pubblicatanel 23 AC .
Virgilio e Orazio sono da annoverare fra le tante vittime della crisi: figli di piccoli proprietari italici, Virgilio ha persoe poi, in circostanze eccezionali, riacquistato i suoi terreni, Orazio, giovanissimo, ha combattuto dalla parte "sbagliata" aFilippi, nel 42 AC , e, negli anni successivi, èun reduce allo sbando e senza una posizione definita. I due poeti trovano protezione e sostegno in Ottaviano, che permette lorouna tranquilla carriera di poeti e promette l'ordine e la ricostruzione nazionale. Dopo la guerra civile contro Antonio e lavittoria del 31 ad Azio, Ottaviano non è più solo il capo di una fazione in lotta, i suoi poteri sono immensi, egli mira allarestaurazione della tradizione, mentre getta le basi del principato. Si apre così, dopo Azio, una fase di concordia e diricostruzione. Augusto e Mecenate esercitano un vero controllo sulla letteratura, infatti, i massimi poeti romani sono, di fatto,legati a Mecenate e al partito di Ottaviano e i loro interessi personali, di piccoli proprietari italici, coincidono con ilprogramma imperiale e, poiché hanno vissuto il bagno di sangue provocato dai "repubblicani" uccisori di Cesare, non hanno nessunrimpianto per la res publica aristocratica di Cicerone.
L'"ideologia augustea" non è prodotta da una propaganda che manovra direttamente le penne dei letterati, bensì è una spontaneacooperazione politico-culturale in cui i poeti hanno un ruolo attivo e individuale. La nuova ideologia produce opere distraordinario equilibrio classico, come i capolavori di Virgilio e le Odi oraziane. Il nuovo potere trae la sua legittimazionedalla necessità di estinguere le guerre civili, ma Ottaviano, prima che uomo di pace e fondatore del nuovo equilibrio, è stato unprotagonista della guerra civile. Il nuovo eroe epico, Enea , cela nel suo animo tormentatogravi contraddizioni: è chiamato a fondare la città dalla quale avrà origine Roma, ma per farlo deve farsi portatore di guerra eaffrontare sensi di colpa. Enea non provoca la guerra, ma non può evitarla. Secondo le Res gestae, il testamentopolitico in cui Augusto fornisce l'interpretazione ufficiale e più onorevole dei fatti, Ottaviano ha vendicato l'assassinio delpadre adottivo (a Filippi, dove nel 42 AC furono sconfitti i cesaricidi Bruto e Cassio )e ha combattuto una guerra giusta contro la regina dell'Oriente, Cleopatra (battaglia navale di Azio in cui, nel 31, Antonio fu sconfitto).
La caratteristica saliente della produzione letteraria augustea è la sua eccezionale, irripetibile densità di capolavori. Nelvolgere di un ventennio Virgilio, Orazio, Properzio , Tibullo , Ovidio, Tito Livio, elaborano testi che restano tra i classici della cultura occidentale. Sonocapolavori voluti e attesi, ma i rapporti tra letteratura e ideologia non sono totalitari ed è palese la volontà di competere conla Grecia classica. Ogni testo poetico del periodo augusteo ha modelli illustri, ma il rapporto di imitazione è molto libero ecomplesso. In realtà, gli autori annunciano di voler produrre nelle mutate condizioni di storia, lingua, mentalità e cultura, unequivalente romano che trasformi il modello e lo continui, ma, soprattutto, che, ponendosi sullo stesso piano, ne assuma il ruolodi riferimento e di guida. Frutto di tale poetica sono alcuni testi di altissimo livello, che hanno un profondo rapporto conl'ideologia augustea, ma che sono anche profondamente autonomi. Virgilio crea un nuovo stile epico ispirato a Omero , ma non si limita ad un'emulazione formale, infatti egli vuole creare un testo epico cheabbia a Roma la stessa centralità culturale che Omero ha avuto per i Greci. Il tentativo di competere con i grandi classici grecicomporta anche un ampliamento dei temi ed esperienze e non è, come per i neoteroi, un impegno meramente formale edespressivo. Virgilio dà forma al grande mito della campagna italica, Orazio, nelle Odi Romane, tratta grandi temi civili emorali. L'ideologia augustea condivide tali temi e si propone di ritrovare la via dello sviluppo, di richiamare in vita letradizioni legate alla famiglia ed alla proprietà terriera, di combattere gli influssi orientali, il lusso eccessivo, lalicenziosità.
Mecenate, da sempre amico personale dell’imperatore, esercita un potere senza nome e senza definizione, restando un cavaliere,un benestante privato cittadino e mostra che si può essere attivi e impegnati negli affari pubblici senza sacrificare l'otium, lacultura, il piacere, il lusso. Orazio approfondisce i temi del privato: la ricerca della saggezza, il passare del tempo, ipiaceri, i ricordi privati, il senso della morte, il rapporto con la natura. Lo sviluppo della dimensione "privata" è il fenomenosaliente della società romana nel trapasso fra repubblica e principato. Tale sviluppo spiega il grande slancio del genereelegiaco, poesia che presuppone un modello di vita estraneo ai doveri pubblici ed alla partecipazione politica, un ripiegamentoche è, innegabilmente, l'altro aspetto del nuovo modello politico. I poeti attivi nella fase centrale del regno di Augusto, hannoun rapporto ambiguo e irrisolto con l'ideologia augustea, infatti, respingono qualsiasi esaltazione epica di Roma, tuttaviarendono omaggio al principe con la recusatio, con la quale dichiarano la propria incapacità di dedicarsi al genereepico. Properzio non manca di punte conflittuali, ma l'unico poeta ad entrare incontrasto con il potere è, paradossalmente, Ovidio, il più spoliticizzato e disimpegnato di tutti.
L'ultima fase del regno di Augusto è tempestosa, sebbene in modo velato, ed anche il clima letterario è diverso. Dopo Virgiliola poesia o è celebrativa o è apolitica e disimpegnata, anche i tentativi d'infondere nuovo vigore alla funzione sociale dellaletteratura si appannano. Nessun risultato degno di nota corona gli sforzi di ricostruire un teatro nazionale romano. Orazio, nelII libro delle Epistole, esamina le difficoltà del teatro, dovute ad un pubblico spesso rozzo ed incolto, incapace di apprezzarele novità ed ancora legato al teatro tradizionale, ormai superato. Dopo la morte di Orazio (preceduto da Mecenate), mancaqualsiasi tramite fra l'ambiente del principe, sempre più segnato da oscure manovre di palazzo, e il mondo della ricercaletteraria. Al tramonto dell'età augustea, Ovidio trasforma in modo imprevedibile la connotazione tradizionale dell'elegia edell'epica. L'elegia amorosa non si basa più sull'Amore come scelta di vita, bensì si adatta ai costumi di una società galante.Ovidio compie il tentativo più maturo mai compiuto a Roma di fornire dignità letteraria ad una cultura moderna e, per la primavolta, libera da moralismi e ritorni alle origini, canta i piaceri, gli spettacoli, i lussi, il libero amore e insieme esalta ilprincipe che ha reso possibile quest'era di felicità nella metropoli. Certo senza volerlo, e con suo grave danno, Ovidio finì permettere a fuoco la contraddizione di fondo del mondo augusteo, ossia la frattura fra la realtà e la continua proclamazione divalori ideologici, ritenuti fondamentali per la costruzione della nuova società, ma ormai obsoleti, di impegno civile,purificazione dei costumi, contenimento del lusso, restaurazione religiosa. Forse per questo finì la sua carriera sulle spondedel Mar Nero.
Lo studio dei capolavori prodotti nell'età augustea può facilmente eclissare le opere dei letterati minori (alcuni, minorisolo per la perdita dei testi) e soprattutto la vita intellettuale della capitale, con i suoi "dilettanti" di talento, come Mecenate , Messalla , Asinio Pollione . Due autori ebberodiretta influenza sul giovane Virgilio, Cornelio Gallo che, a giudicaredalle testimonianze indirette, è senz'altro un’eminente voce poetica nel periodo storico tra la morte di Cesare e la battaglia diAzio. Ai tempi delle Bucoliche (42-39 AC), Virgilio Gallo è un autore ormai affermato, la sua produzione è il più importantetramite fra la poesia neoterica e la poesia d'amore dell'età augustea. Gallo, coetaneo di Virgilio (70–19 AC), terminaprestissimo e immaturamente la sua attività letteraria, infatti, muore suicida nel 26, mentre si sviluppa la generazione deglielegiaci augustei. Poco più vecchio di Virgilio, ma più longevo, è Vario Rufo , lodato da Virgilio nelle Bucoliche. Rufo è tra gli amici che Orazio cita piùvolentieri in tutto il primo libro delle Satire, è lui ad introdurre il poeta presso Mecenate ed è l'uomo che Augusto sceglie peril delicato compito di pubblicare il testo dell'Eneide dopo la scomparsa di Virgilio. Vario, probabilmente vicino agli ambientiepicurei, è un protagonista dell'ambiente letterario augusteo, si occupa di epica e, di certo, compone una tragedia. Forticoloriture epicuree segnano la prima produzione di Virgilio, l'opera di Orazio e un'atmosfera ed anche la vita privata diMecenate.
Intorno a Mecenate (70-8 AC), gravita la generazione poetica augustea. Mecenate è insieme un aristocratico e un "borghese",infatti, è un Aretino di nobilissima famiglia etrusca, ma, per sua libera scelta, come cittadino romano, non progredisce maioltre lo stato di cavaliere e non occupa mai cariche ufficiali. Negli anni delle guerre civili Mecenate è stato unimportantissimo consigliere diplomatico e politico di Ottaviano e, dopo la costituzione del nuovo regime, continua ostentatamentea non "integrarsi" nel tradizionale sistema politico romano, del quale Augusto, formalmente, pare assicurare la continuità.Aristocratico per nascita, comune cittadino per scelta, amico disinteressato di Augusto e grande uomo di potere nella realtàpolitica, Mecenate è figura paradigmatica dei tempi nuovi. Il rifiuto delle cariche ufficiali coesiste con un’intensa attivitànon ufficiale e con un ironico distacco dalle "pubbliche virtù" del tradizionale uomo politico romano. Mecenate ostenta il gustodel lusso e dei piaceri privati, l'estetismo, il culto dell'amicizia privata, e non si cura di mascherare il carattere personaledella sua devozione al principe. Con straordinaria lucidità, Mecenate promuove una letteratura "nazionale", non una letteraturadi massa (le masse non leggevano libri), ma una letteratura a forte impegno ideale: le Georgiche e l'Eneide di Virgilio, le Odi ele Epistole di Orazio. Il suo circolo, fondato su stretti legami privati e individuali, mira, però, a una letteratura di grandediffusione, non più ripiegata (come era stato l'ambiente dei poetae novi) su temi privati e su difficili elaborazionid'avanguardia. Personalmente Mecenate coltiva una poesia nugatoria, intimistica e ironica, senza ambizioni letterarie e ancorapiù scarse sono le aspirazioni letterarie del principe.
Augusto è un protagonista politico troppo lucido e disincantato per illudersi suipropri talenti letterari, anzi, allude ironicamente ad un suo esperimento poetico, la tragedia Aiace, ammettendo che il suo Aiaceinvece che di spada (come l'eroe di Sofocle ) è morto di spugna (la spugna per cancellare), non cerca dunque pubblicità per i propri privatidivertimenti letterari. Una autobiografia scritta dall'imperatore e rimasta incompiuta, ebbe però una discreta circolazione e,probabilmente, fu utilizzata dagli storici di età imperiale. Si ricava l'impressione che Augusto avesse una cultura media e chescrivesse con proprietà, ma senza particolari compiacimenti letterari. Augusto, però, aveva, come Mecenate, un forte senso della propaganda , il suo autoritratto è consegnato alle Res gestae, conclusepoco prima della morte, avvenuta nel 14 DC- L'opera, di estremo interesse storico e ideologico,non cerca di competere con la diffusa narratività dei Commentari di Cesare. Si tratta, infatti, di un testo destinato ad essereriprodotto in pubbliche iscrizioni e sopravvissuto per via epigrafica. La testimonianza più importante viene dal MonumentumAncyranum, ritrovato presso Ankara , in Anatolia . Nelle versioni destinate ai paesi ellenizzati, il testo era accompagnato da una versione greca. In unostile essenziale ed apparentemente semplice, ma calcolatissimo nei toni, Augusto dichiara di aver liberato la repubblica romana dal pericolocostituito dagli assassini di Cesare e poi da Cleopatra. Le guerre civili sono descritte come "liberazione" dell'Italia daitiranni e dalle minacce esterne. Il principe spiega con particolare cura che la fonte delle sue cariche è la volontà del senato edel popolo ed enumera diffusamente i benefici e i doni distribuiti a Roma e ai cittadini. Le Res gestae Divi Augustisono un testo di propaganda ideologica e politica. La ricchezza culturale dell'età augustea non si esaurisce nella cerchia diAugusto e Mecenate.
Asinio Pollione è testimone della vitalità di una cultura non integrata nel nuovo regime. Pollione ha poco da invidiare aMecenate, ma ha scelto, in politica, la parte sbagliata, sostenitore di Antonio, Pollione ha abbandonato la politica prima deldisastro, ritiratosi a vita privata, esercita una forma di dissenso culturale al nuovo regime, distinguendosi per senso critico eimpegno letterario. Fonda la prima biblioteca pubblica di Roma nell'atrio del Tempio della Libertà e incoraggia la consuetudine dellerecitationes, conferenze pubbliche che servivano a divulgare in anteprima i nuovi testi, forse preoccupato perl'estinguersi della tradizione oratoria, conseguente al nuovo assetto politico. Pollione è lodato da Orazio e da Virgilio nelleBucoliche (ma è assente nelle successive opere virgiliane) come autore di tragedie. La sua opera più significativa furono leHistoriae, andate perdute. Pollione seppe affrontare il periodo di storia fra il primo triumvirato e la battaglia diFilippi (42 AC), un tema ancora sgradito a molti, inoltre si segnalò, per senso critico e anticonformismo, opponendosi allacrescente diffusione di memoriali tendenziosi, scritti nell'ottica dei vincitori. Più sfumata è la posizione di Marco ValerioMessalla ( 64 AC - 8 DC), noto soprattutto per il suo legame con il poeta Tibullo. Messalla ha precedenti politici complicati, milita primacon i repubblicani uccisori di Cesare e poi con Antonio, ma sceglie al momento opportuno un aggancio con Ottaviano e ricomparecome uomo pubblico in tutta l'età augustea, anche se non collegato alla più intima cerchia del principe. Messalla esercita unautonomo patronato letterario e il più noto dei suoi protetti, Tibullo, è un poeta poco inserito nelle tendenze dominanti dellaletteratura augustea. L'influenza di Messalla non è paragonabile a quella di Mecenate. Pare che Messalla sia stato soprattutto unnotevolissimo oratore, ma sono testimoniati anche numerosi scritti di carattere erudito, grammaticale e retorico e poesiebucoliche in greco. Presumibilmente, tutti i testi raccolti nel Corpus Tibullianum sono collegati alla cerchia diMessala. In suo onore è composto il Panegirico tramandato nel Corpus, uno scritto d'occasione di media qualità, dovutocertamente ad uno dei suoi protetti.
Il termine satira etimologicamente risale, forse, all'espressione satura lanx che indicava, nella Roma arcaica, unpiatto di primizie offerte agli dei, di qui l'etimologia del procedimento giuridico detto lex per saturam, che riunivastralci di vari argomenti in un singolo provvedimento legislativo, è quindi probabile che il valore di "mescolanza, varietà"fosse quello originario, Lo sviluppo della satira presuppone un pubblico, interessato alla poesia scritta, desideroso di unaletteratura aderente alla realtà contemporanea e capace di afferrare i riferimenti letterari, le allusioni, le parodie.
Riferimento alla poesia satirica di Lucilio e di Orazio, ma rinnova tale genere letterario. Il poeta satirico si pone su di unpiano di comunicazione distaccato e alto. forme di moralismo intransigente che Orazio aveva rifiutato. Moralista intransigente,Persio afferma che la sua poesia è ispirata dall’esigenza etica di smascherare e condannare il vizio. la poesia contemporaneaindica una degenerazione del gusto che è indice di indegnità morale. Svolge il tema della libertà secondo un’arcigna dottrinastoica, contrappone ai vizi umani più diffusi la libertà del saggio, che si affranca dalle passioni e si fa guidare dalla propriacoscienza. Ricorre spesso all’ambito lessicale del corpo e del sesso ed indulge alla deformazione macabra ed allucinata delreale, tipica di un moralismo esasperat. Tipi fissi, privilegia la descrizione del vizio rispetto agli aspetti positivi dellarettitudine. Mentre e, con indulgenza, cerca un valore morale, Persio è il maestro inflessibile che enuncia dogmaticamente unamorale prestabilita e mostra un’aspra aggressività La sintassi contorta, l'estrema concisione, l'uso di termini inconsueti e dimetafore astruse, restringono la cerchia dei destinatari ad un pubblico letterariamente raffinato. Propone dei rimedi fondandolisu un'arcigna base filosofica
Gli autori più rappresentativi del genere elegiaco latino sono Gallo, Tibullo, Properzio ed Ovidio. La seconda metà del I secolo AC è il periodo di massima fioritura dell'elegia, che a Roma assumesoprattutto la connotazione della poesia d'amore fortemente soggettiva.
Il termine "elegia", nell'antica letteratura greca, indicava un componimento poetico il cui metro era il distico elegiaco(esametro + pentametro dattilico), il vocabolo deriva forse dal nome orientale del flauto, il cui suono accompagnava larecitazione dei componimenti poetici. Dal VII secoloAC in poi, l'elegia è usata per celebrare molteplici occasioni della vita pubblica e privata:accanto a componimenti di carattere guerresco, esortatorio, polemico (Archiloco) vi sono elegie politiche, moraleggiantie marcatamente erotiche. L'elegia era usata anche come espressione di lutto, nelle lamentazioni funebri, infatti, l'associazionedell'elegia al pianto divenne un topos (Orazio, Ars poetica - Ovidio, Amores). Tracce cospicue di taleuso sono presenti in Antimaco di Colofone ( V - IV secolo AC ), la cui opera ha grande importanza nello sviluppo di questo genereletterario: la vicenda personale, cioè la morte della donna amata, gli offre l'occasione di rievocare e narrare diversi miti diamore tragico, istituendo la connessione fra autobiografia e mito. Il mito, nell'elegia latina, illumina la situazione personalee la nobilita. Inoltre Antimaco introdusse nell'elegia un elemento costante e caratterizzante, è infatti sul modello della "Lide"(raccolta elegiaca, che prende il titolo dal nome della donna amata), di Antimaco che alcuni poeti ellenistici riunirono i lorocomponimenti elegiaci sotto il titolo di un nome di donna.
L'elegia greca ha un tono oggettivo, generalmente non autobiografico, mentre il tratto distintivo dell'elegia latina èl'impostazione fortemente soggettiva ed autobiografica, che non ha precedenti in nessuno dei poeti elegiaci ellenistici.Callimaco, esclude ogni elemento autobiografico dalle elegie riservandolo agli epigrammi, però, anche se la caratterizzazione insenso soggettivo dell'elegia latina, di fronte al tono oggettivo, non autobiografico, di quella greca, è innegabile, ilsoggettivismo non era assente del tutto in quella greca né arcaica né alessandrina. L'elegia mitologica conteneva tuttaviaelementi autobiografici e collegamenti velati, tra le peripezie degli eroi del mito e le vicende personali del poeta. L'elegialatina sviluppò tale aspetto, conservando però alcuni tratti oggettivi, che generalizzano la storia personale. Inoltre l'elegialatina diede spazio ad elementi assorbiti da altri generi letterari, come la commedia, l'epigramma, la tragedia, la lirica e labucolica. La lirica elegiaca latina si configura, come poesia dichiaratamente e, spesso, polemicamente autobiografica, cherivendica la sua origine dalla concreta esperienza soggettiva del poeta, però, tende ad inquadrare le singole esperienze in formee situazioni tipiche e secondo modalità ricorrenti, creando un universo elegiaco, con ruoli e comportamenti convenzionali, un suocodice etico ed un'ideologia relativa ai suoi valori di base. Infatti, l’elegia è poesia d'amore, perché l'amore è per il poetaelegiaco esperienza unica e assoluta, che riempie l'esistenza e le dà senso; è la "perfetta forma di vita" da lui scelta, checontrappone orgogliosamente agli altri modelli etici. La vita del poeta, tutta dedita all'amore, si configura comeservitium, come schiavitù alla domina, capricciosa e infedele. La relazione è fatta di rare gioie e di moltesofferenze (oltre a tradire e ingelosire l'amante, gli si concederà a fatica: è un topos l'innamorato respinto che si duole, difronte alla porta chiusa, per la crudeltà dell'amata). Il poeta, vinto dalla passione, si abbandona ad una compiaciutaaccettazione del dolore e solo occasionalmente arriva alla renuntiatio amoris. Le amarezze e le continue delusioni loportano a proiettare la propria vicenda nel mondo del mito o nella felice innocenza dell'età dell'oro, assimilandola agli amorieroici della letteratura, trasferendola in un universo ideale ed appagante. Prigioniero di una passione irregolare, alienante einfamante, anche socialmente, il poeta pratica una vita di "degradazione" e di "dissipazione", che tutti giudicano priva diqualità positive, ripudia i doveri ed i valori gloriosi del cittadino-soldato e contrappone alle durezze della guerra le mollezzedell'amore e a tale sfera trasferisce il suo impegno morale. L'elegia, dichiaratamente ribelle ai valori consolidati dellatradizione, di fatto li recupera e ne resta prigioniera, trasferendoli nel proprio universo. Come già in Catullo , la relazione d'amore, istituzionalmente irregolare (coinvolge solo cortigiane o donne "libere"),tende a configurarsi come legame coniugale, vincolato dalla fides, salvaguardato dalla pudicitia, diffidentedella luxuria e delle raffinatezze cittadine. Nella "bohème" che è la vita del poeta elegiaco, le ragioni dell'amore edell'attività poetica s'identificano. Infatti, la poesia che nasce dall'esperienza diretta del poeta-amante, serve come mezzo dicorteggiamento, seducendo l'amata col miraggio della fama e di una gloria immortale. Ne consegue una precisa scelta di poetica,consistente nel rifiuto della poesia elevata (secondo il modulo tradizionale della recusatio, in cui il poeta giustificatale rifiuto come scelta obbligata, dovuta alla sua incapacità) in favore di una poesia leggera, caratterizzata da toni econtenuti ispirati all'immediatezza della passione.
La poesia elegiaca, quindi, deve moltissimo a Catullo ed alla lirica neoterica, con la quale condivide la raffinatezza formalee l'eleganza concisa, mentre da Catullo l'elegia media il significato della rivolta morale, il gusto dell'otium, della vitaestranea all'impegno civile e politico, tesa a coltivare gli affetti privati ed a farne l'oggetto dell’attività poetica. L'elegiatrova in Catullo anche l'abbozzo della nuova forma compositiva (soprattutto nel carme 68, in cui è rilevante l'elementomitologico). Di questa continuità con la tradizione neoterico-catulliana la stessa poesia elegiaca si mostra più volteapertamente consapevole, rendendo il debito omaggio ai suoi precursori.
La seconda generazione augustea, che non aveva vissuto le guerre civili, provava solo una tiepida gratitudine verso ilprincipe che aveva ristabilito la pace sociale, mostrava insofferenza per la letteratura che aveva concesso il proprio appoggio econsenso al programma di restaurazione morale e politica e preferiva una letteratura leggera, di gusto ellenistico. La scomparsadi Mecenate provocò un distaccodefinitivo fra il potere politico e l'élite intellettuale. La crisi del mecenatismo divenne evidente con Tiberio , che non si pose nemmeno il problema di organizzare un programma di egemonia culturale. Si sviluppòuna storiografia contraria al principato (lo storico Cremuzio Cordo , morì suicida nel 25 DC) e che si innestava sullatradizione repubblicana dell'élite senatoria. L'ostilità verso la dinastia Giulio-Claudia influenzò Tacito ( 55 – 117 ) e Svetonio ( 70 – 122 ) e forgiò l'immaginedei sovrani di quella famiglia trasmessa alla posterità.
La situazione non migliorò con Claudio , il quale, però, personalmente, avevaun'ottima fama di erudito e aveva scritto parecchie opere, sia in greco sia in latino. Claudio scrisse in latino un'operastorica, partendo dalla morte di Cesare, accennando appena al periodo delle guerre civili e dilungandosi invece su quello delprincipato di Augusto. Ancora in latino Claudio aveva composto uno scritto in difesa dello stile di Cicerone per rispondere a unopuscolo di contenuto opposto, scritto da Asinio Gallo, figlio di Pollione, il quale sosteneva che lo stile di suo padre erapreferibile a quello di Cicerone, e uno di grammatica, in cui proponeva l'introduzione di tre nuove lettere nell'alfabeto latino.Solo Nerone , negli anni iniziali del suo principato, sotto la guida di Seneca e di Burro, tentò un recupero del consenso del senato e una ripresa del mecenatismo. Intale progetto si inserì una breve stagione classicistica, mirante ad una nuova fioritura letteraria e di cui resta solo qualchemodesto prodotto nel quale si avverte chiaramente l'influsso dominante di Virgilio.
Nerone stesso fu poeta, con una predilezione per il genere epico di soggetto troiano e promosse in vario modo le attivitàartistiche: istituì, nel 60 un certame poetico pubblico, i Neronia, ossia una garaquinquennale di canto, musica, poesia e oratoria. L'iniziativa documenta, oltre all'ambizione di dar vita a un nuovo mecenatismo,anche il carattere pubblico e spettacolare di tali manifestazioni culturali. La stessa immagine tradizionale di Nerone imperatoreistrione, amante degli spettacoli teatrali e del circo, attore lui stesso e mosso da una concezione dell'intera esistenza comeesibizione artistica (anche la costruzione dell'immensa Domus Aurea ),rispondeva a precise intenzioni di politica culturale. Le spinte ellenizzanti rispondevano all'esigenza diffusa di rinnovamentodel costume e riconoscevano gusti e tendenze ormai ampiamente diffuse fra le masse popolari e avversate come pericolose per lastabilità dell'assetto sociale dall'aristocrazia senatoria, che vedeva in Nerone un nemico della tradizione romana. La moda dellepubbliche competizioni poetiche, in occasione di talune feste, si diffuse sotto il principato dei Flavi, ma l'avvento della nuovadinastia imperiale segnò un capovolgimento degli indirizzi culturali di Nerone. Alle sue aperture ellenizzanti essi opposero unprogramma di restaurazione morale e civile, forti del favore ottenuto riportando la pace dopo la grave crisi che avevaaccompagnato la fine della dinastia GiuIio-Claudia. Sul piano letterario ci fu un ritorno ai valori tradizionali, la ripresadella poesia epica ispirata a Virgilio, e, in prosa, l'assurgere di Cicerone a modello di uno stile e di un'educazione basatisulla retorica. Le prime cattedre statali di retorica furono istituite sotto Vespasiano che affidava a tale disciplina la formazione del ceto dirigente, ossia dei funzionari imperiali, letracce del gusto impostosi nella prima parte del I secolo DC restarono però fortinella letteratura dell'età Flavia, specialmente in poesia.
L'attività di librettista parallela a quella di poeta aulico, attesta da un lato la necessità, anche per autori come Lucano ( 39 - 65 ) e Stazio ( 40 - 96 ), di rivolgersi al teatro per ricavare proventi più sostanziosi dal lavoro letterario, e documentala fortuna di cui godeva un genere come la pantomima. Questa era una rappresentazione teatrale introdotta a Roma, forse, sottoAugusto. Spesso la pantomima aveva carattere intensamente drammatico, un attore cantava, accompagnato dalla musica, il testo dellibretto (fabula saltica), mentre un secondo attore, col volto mascherato, mimava la vicenda. La fortuna di questogenere di spettacolo a Roma fu enorme. Accanto ad altre forme teatrali minori, come il mimo e l'atellana, la pantomima costituìil genere di maggior successo popolare per tutto il primo secolo dell'Impero e oltre, un successo pari solo a quello riscosso daigiochi del circo, che in età imperiale diventarono sempre più spettacolari, sia per l'ingegnosità dei macchinari scenici, sia perla brutalità di gare come quelle dei gladiatori.
Il tentativo di recupero del grande teatro tragico da parte dell'élite senatoria, destinato a un pubblico colto eideologicamente ristretto non poté reggere il confronto con un fenomeno tanto rilevante, che colpiva la vita sociale e culturaledi una metropoli popolata da grandi masse di italici e provinciali inurbati, sul cui gusto elementare, sensibile alle emozioniviolente, quegli spettacoli facevano presa, quindi la letteratura coeva, specie quella in poesia, assunse, entro certi limiti esorto certi aspetti, connotazioni teatrali.
Nello stesso periodo si diffusero le pubbliche declamazioni. La declarnatio era un tipo di esercizio in uso da temponelle scuole di retorica. Un’opera di Seneca il Vecchio ( 50 AC - 40 DC) fornisce un quadro dell'attività oratoria e dei principali retori delsuo tempo. L'opera, Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores (sententiae = frasi ad effetto;divisiones = articolazione degli aspetti giuridici; colores = sottolineature stilistiche) è frutto dei suoiricordi di scuola (è improprio, l'epiteto di Rètore con cui comunemente si definisce l'autore, poiché Seneca fu allievo diretori, non retore egli stesso). Seneca il Vecchio, padre del Seneca filosofo, nacque a Cordova, in Spagna, attorno al 50 AC, dafamiglia equestre, divise la sua lunga vita tra Roma e la Spagna e frequentò gli ambienti romani socialmente più elevati.L'opera, composta negli ultimi anni della sua vita, testimonia quel mutamento che l'avvento del principato e la progressivascomparsa della libertà politica produssero sull'attività retorica a Roma.
Venuto meno lo spazio dell'oratoria politica e giudiziale, la retorica perse la sua funzione civile e divenne strumento peraddestrare brillanti conferenzieri, immiserendosi in futili esercitazioni, le declamationes, che vertevano su temifittizi, romanzeschi, irrisi da Petronio ( 20 - 66 ) nei primi capitoli superstiti del Satyricon. Tali argomenti eranoscelti per la loro singolarità o stranezza, che doveva fungere da elemento stimolante sugli ascoltatori, accentuando così lalimitazione in senso letterario degli esercizi di retorica. La declamazione diventò uno spettacolo pubblico. Seneca il Vecchioillustra i due tipi d'esercizi più in voga: la controversia, ossia il dibattimento, da posizioni contrapposte, di unacausa fittizia, e la suasoria, consistente nel tentativo da parte dell'oratore di orientare l'azione di un personaggiofamoso, della storia o del mito, di fronte a una situazione incerta o difficile. Dell'opera restano un libro contenente setteSuasorie e cinque dei dieci libri di Controversiae, degli altri libri, perduti, restano degli estratti. Senecafornisce anche un'interpretazione della storia dell'oratoria a Roma, fino alla decadenza dei suoi giorni, che egli attribuiscealla corruzione morale dell'intera società. A causa del carattere fittizio delle situazioni e di molte delle premesse, scopodell'oratore delle declamationes non è convincere quanto stupire il suo uditorio, ed egli ricorre perciò agli espedientipiù ingegnosi della lingua e dell'immaginazione: il manierismo delle forme, uno stile brillante e prezioso, che fa ricorso atutti gli artifici dell'asianesimo, dall'accumulo delle figureretoriche al ritmo del periodo, all'uso esasperato dei colores, termine tecnico, con cui si indica la manipolazionedi una situazione o di un concetto, per presentare il caso sotto l'aspetto più imprevedibile.
Accanto alle declamazioni, si sviluppò un'altra forma di pubblico intrattenimento culturale, le recitationes, ossiala lettura di brani letterari, fatta dall'autore, davanti a un pubblico di invitati. L'uso di queste pubbliche letture fuintrodotto da AsinioPollione . La moda di leggere in pubblico i testi letterari, insieme al genere delle declamazioni, trasformò sia l'oratoriasia l'intera produzione letteraria, dando vita a polemiche vive anche nelle opere di Persio , Petronio , Giovenale contro la mania diffusa delle recitationes, e all'analisi più diffusa presente nelDialogus de oratoribus di Tacito , che fa un resoconto del dibattito sullecause della corruzione dell'eloquenza.
Il mutamento di destinazione sociale dell'opera letteraria comportò una trasformazione dei caratteri formali dell'opera stessae la letteratura acquisì tratti teatrali, "spettacolari". Il metro di valutazione divenne l'applauso dell'uditorio, non piùformato da quella ristretta aristocrazia del gusto cui si rivolgevano i poeti augustei, ma da un pubblico assai più ampio, dicondizione sociale e culturale non sempre elevata, tale fatto implicò un processo di "volgarizzazione" del prodotto letterario.Questa concezione della letteratura come esibizione d'ingegno, spiega la tendenza, tipica di tante opere del I secolo , fra le più emblematiche del nuovo gusto (come le tragedie di Seneca , o la Tebaide di Stazio ), a costruire una serie di "pezzi di bravura" tesi a strappare l'applauso, a scapitodell'organicità dell'opera.
Oltre che dall'invadenza della retorica, la letteratura argentea (la definizione indica il declino classicistico rispettoall'età aurea di Augusto e il mutamento del gusto e delle tendenze di fondo) è caratterizzata da una forte reazione anticlassica,sia sul piano dei contenuti (predilezione per temi e soggetti insoliti, esotici o spettacolari) sia su quello formale, conun'accentuazione dei toni cupi e patetici e della ricerca esasperata della tensione espressiva che, proprio per la sua intenzionedi opporsi al classicismo augusteo, cede al "manierismo" stilistico, infatti l'abuso degli artifici retorici è uno dei tratticaratterizzanti della letteratura del I secolo DC. Nella tensione espressiva che la anima, la letteratura della prima etàimperiale rivela anche l'intimo disagio di una realtà sociale e culturale che vede mutare i propri orizzonti e i proprivalori.
A partire dall'età sillana si diffusero i commentarii autobiografici e la tradizione continuò in età augustea, con Agrippa , stretto collaboratore e genero diAugusto, che scrisse un'autobiografia, lo stesso Augusto scrisse i Commentarii de vita sua. Gli scarsi frammenti rimastidimostrano che, con tale opera, il principe tentò di alimentare il proprio prestigio. Assai diversa, poiché il carattereufficiale di tale documento escludeva ogni elemento carismatico, è l'iscrizione funebre che Augusto compose per il propriosepolcro, conservata nella doppia redazione, greca e latina, sull'epigrafe di un tempio dedicato ad Augusto e alla dea Roma, adAncyra nell'Asia Minore (Monumentum Ancvranum).
A Roma furono fondate tre biblioteche pubbliche, a dirigere la Palatina, fu chiamato un liberto di Augusto, Gaio Giulio Igino , detto ilbibliotecario (da non confondere con Igino l'astronomo, il mitografo, del I secolo DC, autore di una raccolta di Fabulae, manuale mitologico scolastico, importanteper la ricostruzione di alcune tragedie greche perdute e di un trattato di astronomia). La nomina di Igino a prefetto dellaPalatina dimostra che l'ascesa sociale di personaggi di origine servile poteva aver luogo attraverso le attività culturali oltreche economiche. Igino scrisse un commento all'opera di Virgilio, un trattato di agricoltura e varie opere, tutte perdute, diantiquaria e di erudizione.
Il maggiore grammatico del tempo fu Verrio Flacco che fu precettore dei nipoti di Augusto e morì verso il 22 DC. Verrio Scrisse varie opere, tutte perdute, di grammatica e di erudizione, fra cui dei Fasti che Ovidio utilizzò largamenteper la sua opera omonima, ma il suo nome è legato al De verborum significatu, glossario alfabetico di termini difficilio desueti. I singoli lemmi offrivano occasione all'autore per degli excursus sull'antica Roma e sui popoli italici.Dell'opera resta solo un parziale compendio.
Nella storia della poesia latina, tra l'inizio del principato di Tiberio el'avvento di Nerone , fu indiscutibile l'influsso di personalità come Virgilio, Orazio eOvidio, mancarono, però, nuovi letterati di prestigio. La predilezione del tempo per generi poetici "minori" provocò unaframmentazione che rese difficile l'identificazione di una scuola letteraria. Per buona parte del regno di Augusto il "circolo diMecenate" aveva valorizzato una letteratura creativa e impegnata su grandi temi (la poesia didascalica ed epica di Virgilio, lapoesia civile, la poesia etica, e la critica letteraria di Orazio) e aveva progettato la rinascita del teatro latino, ma allafine del principato di Augusto e sotto il governo di Tiberio, di Caligola e di Claudio la frammentazione delle opere e dei generi letterari corrispose al declinodegli ideali augustei.
Fra i contemporanei di Orazio e di Ovidio, restano testimonianze indirette e scarsi frammenti di poeti che probabilmentepubblicarono collezioni miste di poesia epigrammatica, elegiaca, didascalica ellenistica che elaborava poeticamente teminaturalistici e scientifici. Questo genere di interessi si sviluppò nella cultura romana di età imperiale e culminò nella grandesumma di Plinio il Vecchio . In generale, la tendenzaneoalessandrina lasciò traccia in Ovidio, ma, nell'età Giulio-Claudia, dominò soprattutto la poesia minore nella qualecoesistevano gli influssi virgiliani ed il gusto prezioso per la digressione mitologica.
Alla tendenza neo-alessandrina si ricollegò l’interesse per Arato , poeta dotto del IV - III secolo AC , e per l'astrologia e l'astronomia che costituirono una componente importante dellacultura romana, già a partire dall'età di Cesare . Infatti,nel corso del I secolo AC le dottrine astrali erano state accolte ai più diversi livelli nel corpodella cultura ufficiale romana, anche se perduravano sospetti e diffidenze, specie verso certe figure di astrologhi-maghi. Non sitrattò solo di interesse scientifico o erudito, infatti, la fede negli astri assunse una connotazione filosofica e anche, sottol'influsso delle civiltà orientali, religiosa. Gli stoici esaltarono il rapporto dell'uomo con il cosmo, ed il legame tra destinoumano e leggi naturali. Nella religione popolare divenne frequente il concetto della predestinazione astrale, regolata da"attrazioni" celesti, della fede nelle stelle fecero un uso politico e propagandistico gli imperatori, a partire da Augusto. Germanico ( 15 AC - 19 DC), figlio adottivo dell'imperatore Tiberio e successore designato, lasciò il poemetto in esametriAratea, giunto incompleto. Esso è una versione dei Fenomeni, un poemetto sui corpi celesti, scritto da Arato. DiGermanico restano anche estratti frammentari che vanno sotto il nome di Prognostica, tratti da un poemetto dello stessoautore sui "segni del tempo". i Pronostici erano resi in forma molto curata e scorrevole, anche se assai rimaneggiata e libera,poco accentuati sono invece i riferimenti filosofici. L'insieme denota le dotte occupazioni di un giovane curioso e di elevatacultura.
Il primo vero esponente dell'"età argentea" della poesia latina fu, probabilmente, Manilio , un autore la cui biografia è ignota. Ilsuo esametro rivela, nella struttura fluida e regolare, l'influsso dominante di Ovidio. Tale esametro è anche il codiceespressivo dei grandi maestri del periodo "argenteo", Lucano e Stazio . Manilio scrisse in esametri il poemadidascalico Astronomica interrotto al V libro. La presenza di Ovidio si sente anche nel gusto sentimentale e "rococò" dicerte digressioni mitologiche, che si staccano nettamente dal contesto astronomico. L'autore, uno stoico, ricerca un ordineuniversale, in un passo del poema egli paragona l'ordine delicato della natura alla struttura gerarchica della società romana.Scoprire tale ordine coincide, per Manilio, con l'aderire e con il piegarsi ad esso. La poesia di Manilio ha quindi unacomponente didascalica molto più accentuata rispetto alla poesia didascalica "neo-alessandrina" che si limita a testidescrittivi. L'intento didascalico porta Manilio verso il modello di Lucrezio. Pur non condividendo il materialismo atomisticodel De rerum natura, lo stoico Manilio vede tuttavia in Lucrezio l'unico modello possibile di un genere didascalico"alto", che non sia solo dotta curiosità o futile descrizione, perciò Manilio imita Lucrezio , soprattutto nella struttura espositiva e nel modo di disporre la materia per libri. La versificazioneraffinata con una certa tendenza alla brevitas, la difficoltà dei temi trattati, le frequenti oscurità e inesattezzefanno di Manilio uno tra i poeti più difficili della letteratura latina.
La poesia epica a soggetto storico conobbe a Roma una fortuna ininterrotta, nel lungo periodo fra Ennio ( 239 AC – 169 AC ) e Lucano ( 39 – 65 DC), quindi fra età scipionicaed età neroniana. La mancata conservazione di molte opere può essere indice di scarso valore letterario o di mutamenti di gusto.Fino a Virgilio l'esempio era rimasto Ennio. La nuova fase dell'epos storico si aprì con Virgilio e Ovidio. Il più significativopoeta storico della tarda età augustea, Albinovano Pedone , fu un elegante emulo di Virgilio e Ovidio. Il suo poema trattava dell'avventurosaspedizione di Germanico nei mari del nord ( 16 DC); ne resta un frammento (circa trentaesametri), che svolge in uno stile enfatico e immaginoso un tema nato dalle celebrazioni delle gesta di Alessandro Magno e caro ai retorie alle scuole di declamazione: è giusto che l'uomo si spinga sempre più in là, oltre i confini naturali del suo mondo? Albinovanoriprende l'argomento con toni virgiliani ed un notevole pathos. Pathos e tensione retorica annunciano già lo stile epico diLucano. La retorica delle conquiste trovò nuovo spazio, dopo la parentesi neroniana, nella cultura di età flavia (69–96). Nelcomplesso, la generazione ovidiana dei poeti storici produsse interessanti tentativi di modernizzare il genere epico. Lucano siriallacciò, almeno in parte, a questo filone, e la riscoperta classicista dell'età flavia lo avversò.
Fedro è un autore marginale, di posizione sociale assai modesta, non è un grande poetae pratica un genere letterario minore, tuttavia, Fedro è il primo autore, nella cultura greco-romana che compone una raccolta ditesti favolistici, concepiti come autonoma opera di poesia, destinata alla lettura. Solamente nella satira e nel romanzo lacultura romana mostra un'autonomia altrettanto spiccata. La favola è un genere universale e profondamente popolare. Gli "autori"di favole sono, quasi sempre, gli eredi di una tradizione narrativa, orale, popolare, già consolidata. Anche Fedro, comenarratore, inventa ben poco, le sue favole si rifanno alla tradizione esopica ( VI secolo AC ), anche se non mancanogenuinamente originali. L'elaborazione letteraria è modesta, ma il merito di Fedro è nell'impegno costante e sistematico per darealla favola una misura, una regola, una voce ben definita e riconoscibile. La tradizione esopica (brevi racconti, in genere conpersonaggi animali e con spunti umoristici e commenti di saggezza morale) si era fissata in Grecia intorno al IV secolo AC , in raccolte letterarie in prosa. Si era affermato l'uso di unapremessa e/o di una postilla in cui era fissato il tema o illustrata "la morale della favola". Lavorando sui modelli greci inprosa, che, probabilmente, erano la sua unica fonte, Fedro rese sistematico quest'uso, e creò una regolare forma poetica per lafavola. Tipico del genere è l'uso di animali come "maschere", personaggi umanizzati e dotati di una psicologia fissa e ricorrentee la presenza di una "morale", ossia una verità di carattere universale. Le morali di Fedro esprimono negli accenti moraleggiantiun'autentica adesione alla mentalità delle classi umili e al senso comune popolare. Fedro è uno dei pochissimi letterati romani adar voce al mondo degli emarginati, mentre è quasi del tutto assente il realismo descrittivo e linguistico, infatti, il mondodelle favole di Fedro è piuttosto astratto, lo scenario generico, e il linguaggio asciutto e poco caratterizzato. Non mancanospunti di adesione alla realtà contemporanea, anche con accentuazioni vicine alla satira. Sembra che Fedro sia stato perseguitatoda Seiano, il potentissimo braccio destro di Tiberio, per certe sue prese di posizione, legate alla realtà contemporanea. Non èchiaro cosa potesse urtare o insospettire i potenti; ma Fedro non manca di accenni polemici verso la società, e rivendica allasua opera un carattere satirico, che colpisce, non gli individui (era un liberto), bensì certi tipi umani e certe regole delvivere.
Nei prologhi dei singoli libri, il poeta manifesta notevole consapevolezza letteraria; difende il suo tipo di poesia, neesalta le virtù (brevità, varietà, contenuto istruttivo) e sottolinea la propria indipendenza dal modello esopico. Le sue favolevogliono essere divertenti, e insieme istruttive, non sempre ci riescono, ma hanno il grande pregio di preservare un generepopolaresco, reinterpretato alla luce di un'esperienza vissuta e di una mentalità che rimane per lo più esclusa dall'espressioneletteraria "alta".
Sotto il principato di Nerone ci fu una cospicua fioritura di talenti letterari( Seneca , Lucano , Petronio e Persio ), accompagnati da una ricca schiera di minori.L'imperatore, specie nel periodo tranquillo dei suoi primi anni di regno diede un notevole impulso alle arti. Collegati aicircoli poetici di età neroniana furono anche poeti greci, come l'epigrammatista Lucillio preservatoci dall'Anthologia Palatina.L'influenza di Virgilio era ormai dominante nella poesia romana ed aveva soppiantato Teocrito quale modello del genere bucolico.Durante il principato di Nerone, ebbe particolare fioritura il genere bucolico, ma con una concezione allegorica della poesiapastorale, infatti, alcuni pastori sono mere allegorie di personaggi storici. La tendenza ad utilizzare l'Arcadia cometravestimento di realtà contemporanee, ricomparve nel nostro Rinascimento e, più avanti, nella tradizione pastorale europea fino al Settecento. Spunti allegorici erano presenti nelle Egloghevirgiliane, ma ora tutto è più netto ed esplicito e le sottili e ambigue allusioni di Virgilio a circostanze reali diventano unavera poesia "a chiave", sicuramente destinata a un circolo ristretto, ma non priva di spunti propagandistici.
Il genere del panegirico conobbe una particolare fioritura in tutta la prima età imperiale, perché assicurava ai poetiimmediato sostegno economico. Anche Nerone scrisse molto, a giudicare dai titoli che restano, Nerone propugnava un ritorno allapoesia mitologica, di chiara ispirazione neo-alessandrina. Rimangono notizie di uno stravagante poema sulla guerra di Troia, ilcui eroe era Paride invece che Ettore (bello, lussurioso ed elegante, Paride eraforse un'immagine in cui Nerone amava rispecchiarsi). Nerone doveva ricercare particolarmente l'erudizione mitologica egeografica. Nerone incoraggiò molti letterati e promosse regolari ludi poetici con premi ai migliori poeti. In quest'epoca sidiffuse sempre più la pratica delle recitazioni, e si affermò uno stile lussuoso e "barocco", che vuol stupire con immaginistravaganti, metafore audaci, ricercatezze sonore. L'ostentazione di cultura greca divenne sempre più necessaria al prestigio deipoeti. A questo periodo forse si riallaccia una modesta riduzione poetica dell' Iliade ,la Ilias Latina, poco più di mille esametri che narrano le vicende omeriche, nello stile manierato delle scuole diretorica. L'importanza storica dell' Ilias Latina è nella sua fortuna medievale. In un'epoca che non aveva accessodiretto ad Omero , tale modesta compilazione, insieme ad altre riduzioni in prosa, ebbeuna funzione insostituibile di divulgazione, prima che la cultura occidentale tornasse a praticare direttamente la poesia grecaclassica (con la caduta di Costantinopoli , nel 1453 , giunsero in occidenti molti intellettuali greci, che portarono con sé moltii testi classici e diffusero laconoscenza del greco).
Persio e Giovenale mostranoimportanti tratti comuni, anche se la rispettiva produzione poetica è separata da circa mezzo secolo (Persio ( 34 – 62 DC) scrive sotto Nerone, Giovenale ( 50 - 127 DC) nell'arco di tempo da Nerva ad Adriano ). Ambedue fanno riferimento alla poesia satirica di Lucilio e di Orazio, ma,al di là delle intenzioni programmatiche, rinnovano tale genere letterario. Le innovazioni sono rilevanti sia nella forma cheassume il discorso satirico sia per la destinazione sociale delle opere. Le satire di Lucilio e Orazio erano dirette alla cerchiadegli amici, mentre quelle di Persio e Giovenale, pur se formalmente rivolte a un destinatario singolo, sono in realtà dirette aun pubblico generico di lettori-ascoltatori, di fronte ai quali il poeta si atteggia a censore del vizio e dei costumi. La formadel discorso non è più quella della conversazione costruttiva che, mentre guarda ai difetti umani, si dispone a sorridere e a farsorridere. Persio e Giovenale negano all'ascoltatore ogni affinità e ogni possibile identificazione, la parola del poeta satiricosi pone su di un piano di comunicazione distaccato e alto.
La forma dell'invettiva, la denuncia impietosa, che abbassa e distrugge, sostituisce il modo confidenziale e garbato, ilsorriso autoironico, l'indulgente comprensione per le debolezze umane che caratterizza la satira oraziana. Persio e Giovenale siappropriano di quelle forme di moralismo che la satira oraziana aveva rifiutato e, anzi, irriso, come uno degli eccessi da cuiguardarsi. Accanto a questo mutamento di posizione e di ruolo del poeta satirico, è presente nella poesia di Persio e Giovenaleil manierismo anticlassico che è reazione al classicismo dell'età augustea e che si manifesta nel I secolo DC e oltre. La trasformazione dei caratteri formali della satira è dovuta anche alle mutate modalitàdella sua produzione e destinazione: la satira di Persio e Giovenale, più che alla lettura individuale, è destinata allarecitazione in pubblico, e deve suggestionare l'uditorio, ricorrendo diffusamente alla retorica
Stazio, è la figura più originale del periodo. La poesia contemporanea ( Valerio Flacco , Silio Italico ) assume come referentel'ormai classica opera di Virgilio. l'Eneide, che per Lucano (Pharsalia) era stato un modello, ma anche uno stimoloinnovativo, diventa adesso un rifugio e un orizzonte chiuso. Altrettanto importante è per i letterati flavi l'influsso di Ovidio,che determina soprattutto le costanti dello stile narrativo.
Il periodo che va dal principato di Nerva alla morte di Comodo fu un secolo di pace (a parte i 12 anni delprincipato di Commodo) che non ha uguali nella storia romana per durata e benefici effetti. Il secolo fu caratterizzato daun’uniformità di scelte politiche. L'impero aveva ormai raggiunto la massima estensione, il senato, ormai esautorato, si eraadattato ad un ruolo subordinato, il problema della successione aveva trovato una soddisfacente soluzione nel sistemadell'adozione, garantendo, fino a Marco Aurelio , imperatori dotati dinotevoli capacità personali, la stabilità politica aveva attenuato il rischio di congiure e ribellioni da parte di generalipronti a servirsi dell'esercito per assicurarsi il potere. Il lungo periodo di pace consentì riforme istituzionali e sociali, fucaratterizzato dalla ricerca di una cortesia e di forme sociali capaci di censurare e nascondere gli aspetti meno gradevoli dellarealtà. Piacque credere alla felicità ritrovata dall'impero, ma in tale contesto emersero figure altamente morali come Tacito eGiovenale e non c'è solo cortigianeria o retorica di maniera nel Panegirico di Traiano scritto da Plinio il Giovane , c'è anche ilsincero entusiasmo (trasposto in forma declamatoria) di chi crede e vuol far credere che più forte è ora l'autorità romana, piùdiffusa ora la pietas.
Anche la lucida acredine di Tacito è volta solo contro il passato, implicitamente riconoscendo che le cose sono come amamostrare Plinio. Adattandosi alla facilità della vita sociale e alla felicità dei tempi (mai l'impero godette di pari prosperitàeconomica, mai ci fu uguale stabilità politica e uguale sicurezza alle frontiere), la cultura tese ad un'ostentata raffinatezza.La classe colta praticò un estetismo volto alla sua massima espressione attraverso una letteratura sofisticata e le artiornamentali. Nacquero un manierismo prezioso dello stile ed un diffuso filologismo erudito. In nessun altro periodo della storiaromana le lettere e la cultura in genere, si avvantaggiarono di una protezione pubblica tanto ampia. Sorsero molte bibliotechepubbliche volute dal potere politico. Traiano creò nella Basilica Ulpia la maggiore biblioteca che Roma abbia mai avuto. Furono istituiti, non solo a Roma maanche nelle province, insegnamenti di retorica latina e greca. Mai fu altrettanto basso il numero di analfabeti anche presso leclassi umili. Accanto al rinvigorirsi delle istituzioni scolastiche di medio ed alto livello, la cultura romana conobbe in questoperiodo una straordinaria rifioritura della letteratura in greco. favorì tale "rinascimento" greco, la predilezione chel'imperatore Adriano ebbe per la cultura greca, ma la condizione più importante fu l'eccezionale contesto di pace, di sicurezza,e anche di relativo benessere, che caratterizzava tutta l'area del Mediterraneo orientale. Di questo rinascimento greco ilprodotto più evidente fu certo la scuola detta della "Seconda Sofistica" (restaurazione ambiziosa di quella che era fiorita altempo di Gorgia e di Socrate ), ma i nuovi sofisti non erano filosofi, bensì retori come Frontone , il maestro ed amico dell'imperatore Marco Aurelio.
D'origine greca, spesso dotati di ricchezze cospicue, frequentemente in viaggio come rappresentanti e ambasciatori delle lorocittà o province di provenienza, sapevano recitare o scrivere orazioni su temi d'attualità e di vario interesse (religioso,morale, politico, consolatorio). Avevano facile accoglienza presso le classi alte romane e il governo imperiale li accolsenell'ordine equestre e nel senato, alcuni ebbero anche rilievo nella vita politica e amministrativa dell'impero, spesso entraronoa far parte della burocrazia imperiale. Simili ai nuovi sofisti erano intellettuali greci come Plutarco o Luciano o Galeno , il grande enciclopedista medico,ugualmente attirati nell'orbita del potere romano, dove trovavano accoglienza e riconoscimenti d'ogni tipo. L'ellenismo e lasofistica raggiunsero forse il loro apice nell'opera che l'imperatore Marco Aurelio scrisse in lingua greca: si tratta dei suoi"ricordi" intitolati A se stesso. L'imperatore Adriano , che megliorappresenta il gusto della sua età per tale rinascita tardiva della cultura greca, fu raffinato poeta, scrisse piccolicomponimenti alla maniera neoterica dei Catulliani (resta qualche frammento). Il filologismo lo portava a schierarsi con gliarcaisti alla moda e ad anteporre Ennio a Virgilio, Catone a Cicerone, gli annalisti a Sallustio. Dotto cultore dell'antico,interessato di filologia e di polemiche letterarie, favorì l'affermarsi del nuovo ideale letterario, ed esercitò il suo influssosoprattutto come promotore di cultura: fondò a Roma, un'accademia nota col nome di Athenaeum, nella quale facevanolezione e tenevano conferenze retori e intellettuali di gran nome.
Il classicismo si mostrò pienamente nelle arti figurative, soprattutto nella scultura e in grandiose e magnifiche opere diarchitettura. Nella sua splendida villa di Tivoli , convertita in un vero e propriomuseo, Adriano raccolse molte opere degli antichi maestri (molti pezzi sono oggi nei Musei Vaticani ). L'imperatore feceeseguire una grandissima quantità di copie dei classici greci, dalle quali l'età moderna ha tratto la sua prima idea della grandearte greca. La diffusa tranquillità socio-politica, proiettata in un ideale di ritrovato classicismo, alimentò i nuovi, decisivisviluppi della cultura successiva.
Il mondo romano si trasformò, nel volgere di pochi decenni, per l'influenza di esperienze culturali orientali, in una realtàsociale fortemente cosmopolita (età dei Severi 193 - 235 ),in cui, decaduti quasi del tutto l'interesse per la politica e viceversa divenuti dominanti nuovi interessi spirituali, sideterminò un clima di sincretismo religioso in cui si mescolavano le divinità e le credenze delle più diverse forme di fede.Molti dei culti propri delle diverse province dell'impero furono assimilati per analogia dall'ufficialità dei culti di Roma,inoltre, soprattutto fra i ceti colti, ripresero vita convinzioni e pratiche legate alla credenza in un mondo dell'aldilà.Esaurito il fascino esercitato da dottrine e sette filosofiche come quella stoica (lo stoicismo fu presto assorbito dal Cristianesimo ), si affermarono nuove fedi religiose che predicavano l'altruismo.Il culto di Iside raggiunse tra il I e il IIsecolo anche la Germania e la Britannia , ma presto cedette davanti ad un altro culto orientale, quello del persiano Mitra , che si trasformò nella divinità centrale di un culto misterico romano. Tale culto non solo promettevafutura immortalità, ma era anche capace di imporre un codice morale che non si discostava molto dal cristianesimo, quandoinculcava l'obbligo di operare il bene e faceva dell'altruismo e della fratellanza il centro delle sue virtù. La religionemitraica si rivolgeva soprattutto a ricchi uomini d'affari e a ufficiali dell'esercito, e poté contare sulla connivenza osull'appoggio esplicito degli imperatori del II secolo, non sembra però che fosse diffuso presso le classi umili diversamente dalCristianesimo, i cui primi adepti furono gente di umile condizione. Alle assemblee cristiane d'altronde partecipavano, attrattidalla semplicità dei riti, uomini e donne, liberi e schiavi. Il Cristianesimo arrivò ad affermarsi contro ogni altra religionepraticata nell'ambito dell'Impero anche grazie alla solida e articolata organizzazione che i fedeli seppero presto darsi.
Molto contribuì al consolidamento della religione cristiana la nascita precoce di una vasta letteratura religiosa il cui scopoera non solo normativo, ma anche mirava a preservare la dottrina cristiana dalla contaminazione di altre religioni e di altrisistemi di pensiero). Già intorno al 130 il corpus dottrinario dei quattro Vangeli edelle tredici epistole di Paolo era comunemente accolto come il Nuovo Testamento , una raccolta di libri analoga a quella ebraica del Vecchio Testamento . Lecomunità cristiane tenevano anche memoria scritta delle proprie vicende, e produsse una letteratura di testimonianza tramandatacol nome di Atti deimartiri . La necessità di difendersi della Chiesa produsse nel II secolo la vasta letteratura degli apologisti, dottidifensori del credo cristiano. L'esigenza di proteggere la dottrina dalle numerose eresie che ben presto sorsero all'interno delCristianesimo, spiega una così intensa e copiosa attività letteraria.
Il generale clima di insicurezza che si sviluppa durante il III secolo , haeffetti anche sulla cultura, anche se l'unità culturale è ancora salda e sono frequenti gli spostamenti di intellettuali traOriente ed Occidente. I testi in lingua latina ricalcano pigramente i motivi ormai tradizionali, con l'eccezione di qualcheautore cristiano. Il neoplatonismo impronta gli ultimi secoli del paganesimo elascia tracce anche nel pensiero cristiano. La ricerca della trascendenza reca adepti ai culti orientali, alle religionimisteriche ed al Cristianesimo. La promessa di una salvezza futura che ripaghi della precaria ed infelice esistenza terrena ècomune a tutte queste nuove religioni. Il Cristianesimo, latore di un messaggio dal quale nessuno era escluso pregiudizialmente ecapace di offrire risposte alle esigenze delle masse, riuscì a prevalere nel volgere di un paio di secoli. Nel III secolo , il Cristianesimo, nato come religione urbana dei ceti subalterni, contaadepti in tutti i ceti ed è ormai una componente decisiva della società. Mentre in Oriente si afferma come corrente di pensiero,in Occidente, nonostante un certo ritardo nell'elaborazione teorica, impianta una solida struttura organizzativa che resiste allepersecuzioni. Per tutto il secolo i rapporti fra le comunità cristiane e l'impero sono ambigui, a periodi di tolleranza sialternano persecuzioni. I Cristiani producono un'imponente letteratura che è il principale avvenimento culturale dell'occidentelatino divenendo il punto di convergenza di molte tradizioni, fino a divenire, con Costantino ( 306 – 337 ), un tratto unificante della compagine statale. Nel III e IV secolo aumentano le scuole pubbliche e private volte a formare i funzionari e ilcostoso volumen di papiro èsostituito dal più pratico ed economico codex di pergamena .
Nonostante gli influssi ellenizzanti introdotti da San Paolo edall'evangelista Luca le posizioni religiose e culturali del cristianesimo sono,inizialmente legate al giudaismo. Ebrei e Cristiani scrivono prevalentemente in greco e il loro punto di riferimento è l' Antico Testamento . I Cristianicompongono testi di notevole rilevanza che, in seguito, sono riuniti nel Nuovo Testamento (i quattroVangeli, gli Atti degli Apostoli, le Lettere canoniche, l'Apocalisse), anche altri testi (i Vangeli detti apocrifi , altre Lettere e letteratura varia) circolano in ambiente cristiano. InOccidente il cristianesimo arriva nel primo secolo a Roma ed in vari centri marittimi o commerciali. Le difficoltà derivantidall'emarginazione delle comunità orientali lega per circa un secolo, la diffusione del cristianesimo a quei gruppi che parlanoil greco, che, per molto tempo, è, anche in Occidente, la lingua del Cristianesimo, inoltre i testi sacri sono scritti in grecoed i primi scritti cristiani composti in Occidente sono anch'essi redatti in lingua greca. Si continua a scrivere in greco finoai primi anni del III secolo , quando la necessità di comunicare con gruppi piùvasti e di lingua latina, crea l'esigenza di una letteratura cristiana latina. Alle origini di tale letteratura ci sono letraduzioni dei testi sacri, effettuate in Italia ed in Africa. Nel II secolo , la Bibbia è tradotta in latino per le comunità cristiane che non parlano il greco. Taletraduzione della Bibbia è detta vetus latina, ossia antecedente a quella di Girolamo , più tardi riconosciuta come ufficiale. Della vetus latina c'erano diverse versioni, nonpervenute direttamente, poiché sono state soppiantate dalla Vulgata di Girolamo. Nella seconda metà del II secolo, inAfrica, sono composte le prime opere autonome della letteratura cristiana. Gli Atti dei martiri sono resocontidei processi contro i cristiani, a volte redatti dai martiri stessi e completati da altri fedeli con la descrizione della morte.Meno legate al resoconto ufficiale sono le Passioni, opere di narrazione sviluppate da nuclei autobiografici e rese più efficacidall'inserimento di scene toccanti e di particolari edificanti. Questa letteratura conferisce dignità letteraria alle scene divita quotidiana, pur restando fedele, nella forma, agli insegnamenti della retorica. La passio Perpetuae et Felicitatis,il capolavoro del genere, è tradotta in greco e serve di modello ad altre opere del genere. In epoca più tarda, dopo Costantino ( 306 – 337 ), quando il pericolo del martirio è ormai un ricordo, il genere dellePassioni si accosta al romanzo, nasce la passione epica, prevalentemente greca, in cui il martire diviene l'’eroe vincitore, ilquale, pur morendo sconfigge il carnefice mediante vicende fantasiose, colpi di scena e miracoli, narrazioni che rispondono alleesigenze di un pubblico che apprezza il romanzo greco e che apprezzano narrazioni inverosimili e romanzesche.
Alla fine del II secolo compaiono i primi scrittori cristiani latini sui qualisi hanno notizie certe. La loro produzione letteraria si prefigge di diffondere e difendere le teorie cristiane. Tale letteraturaè detta apologetica. Gli apologisti operano tra la fine del II secolo e l'inizio del IV . Le prime apologie scritte a Roma sono opera di Giustino (martire nel 165 ), ma sono redatte in greco. Minucio Felice e Tertulliano sono i primi autori latinicristiani. Nei loro scritti compaiono due caratteristiche della successiva produzione letteraria cristiana: Minucio Felice cercadi conciliare il messaggio cristiano con il passato classico, Tertulliano è rigorosamente intransigente. Tra le opere degliapologisti un commento all’Apocalisse di Vittorino da Poetovium ( Ptuj in Slovenia ) è la più antica opera di esegesi (commento esplicativo) biblica in lingualatina pervenuta.
Fra i molti prosatori il Cristianesimo delle origini presenta un solo poeta, Commodiano ( 250 circa), la cui poesia è contraddistinta da un esametro che non è più formato da una successione regolare di sillabebrevi e lunghe, bensì da un certo numero di sillabe (da 12 a 17) e il ritmo è prodotto non più dall'alternanza quantitativa, comenel verso tradizionale latino, bensì dagli accenti tonici delle parole. Commodiano anticipa il passaggio dalla metricaquantitativa a quella accentuativa.
Nel IV secolo le riforme di Diocleziano, le scelte economiche e politiche di Costantino, l'accentramento del potere ed isuccessi militari garantirono la stabilità dell'impero, anche se la pressione fiscale peggiorò le condizioni di vita dei cetimedio bassi. La legge tendeva a vincolare ogni cittadino alla propria condizione sociale, al mestiere ed alla residenza. I cetisenatori, privati di fatto, del potere politico ed istituzionale, detenevano quello economico. La Chiesa, soprattutto inOccidente, esercitava un ruolo determinante e molte cattedre vescovili erano occupate da esponenti di importanti famigliesenatorie, mentre in Oriente Costantino inaugurava il cesaropapismo. Il periodo che va dal riconoscimento della libertà di culto da parte diCostantino ( 313 ) alla decisione di Teodosio di proclamare il Cristianesimo religione di Stato e di perseguitare i pagani ( 380 e 391 ) fu contraddistinto dalla lotta contro le eresie. Nel 325 il concilio di Nicea condannò l'arianesimo e fissò l'ortodossia cattolica. I sovrani concessero privilegialla Chiesa per servirsi del suo ascendente sul popolo. Alla fine del IV secolo i barbari di stirpe germanica entrarononell'impero, dapprima furono assorbiti dallo stato, anche se, in seguito, divennero invasori. Nel IV secolo, però, nella societàromana, molti validi elementi di origine barbarica si inserirono in posizioni di grande responsabilità nell'esercito enell'amministrazione. Le scorrerie dei Visigoti ed il saccodi Roma del 410 segnarono la fine di un'epoca e Sant'Agostino ripensò al rapporto fra religione epolitica ed alla secolarizzazione del Cristianesimo. La nuova apologetica contrappose la città di Dio e quella dell'uomo pensatecome coesistenti ed in lotta per la salvezza. La produzione storiografica è particolarmente abbondante nella seconda metà del IVsecolo, a partire dal Cronografo del 354 , forse dovuto ad un collaboratore di Papa Damaso I e che contiene notizie pervenute solo per tale via. Di autoresconosciuto, sono le Perìochae del testo di Livio, ossia i riassunti dei singoli libri, che finirono per sostituire l'enormetesto originale e che permettono di ricostruire il contenuto dei libri di Livio perduti.
Negli anni dalla seconda metà del IV secolo alla prima metà del V si sviluppò lapatristica. Gli scrittori cristiani, greci e latini, che operarono in tale periodo e, analizzando i problemi etici e religiosi,attuarono una mediazione fra la cultura classica e quella cristiana, sono detti Padri della Chiesa . Nellaproduzione patristica, emergono le elaborazioni di Ambrogio, Girolamo ed Agostino.
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